di Pierfrancesco Graziani
A poche ore dal lancio ufficiale di Italia.it, il megaportale per la promozione turistica del Belpaese costato 45 milioni di Euro, nella blogosfera italiana (e non solo) il coro di critiche è unanime. Italia.it, sostengono i blogger, oltre ad essere realizzato con strumenti tecnici inappropriati, condensa su di sé le caratteristiche di un modello top-down di presenza online che nulla ha a che fare con il radicale processo di transizione verso il Web 2.0.
Dopo un primo giro di consultazioni e commenti nei blog più attivi ed autorevoli, un consistente numero di blogger ha colto l’occasione per prendere finalmente coscienza – forse per la prima volta fino in fondo – del proprio ruolo di stakeholder informali. Sfogata l’indignazione iniziale nei confronti del ‘webmostro’ milionario (sono persino stati creati alcuni instant blog di denuncia), si è fatta strada la sana consapevolezza di poter intervenire attivamente mettendo in gioco le proprie competenze. Nasce così il progetto Ritalia, la cui prima scadenza è già stata fissata per la fine di marzo con un RitaliaCamp, giornata autogestita di lavoro collettivo dove raccogliere idee e risorse affinché il nostro paese possa dotarsi di un portale degno del suo nome.
Pensato sul modello degli eventi BarCamp (nati nel 2005 e da pochissimo sbarcati in Italia con tre incontri a Milano, Torino e Roma), il RitaliaCamp servirà in primo luogo a «verificare come, utilizzando risorse open già presenti sulla rete e le attuali tecnologie disponibili, si possa realizzare in meglio un portale quale italia.it senza cadere in errori di codice, usabilità e limitatezza dei contenuti». Ma servirà anche a ribadire il concetto secondo il quale in «era Web 2.0 un catalogo online sull’Italia non è attuale né utile senza l’interazione della comunità in appoggio al servizio con contenuti, commenti, valutazioni». Se insomma il nuovo modello di comunicazione online che si sta affermando è sociale e partecipativo, dicono i blogger, Italia.it deve ripartire da zero e dal basso.
La vicenda Italia.it è emblematica della difficoltà a vedere oltre un vecchio modello verticale di comunicazione aziendale/istituzionale nel web. Una presenza online che sia solo una ‘vetrina’ o poco più appare oggi anacronistica, perché le abitudini e le aspettative di una parte importante degli utenti di Internet sono cambiate profondamente. Da soggetti passivi, consumatori di contenuti preconfezionati, gli utenti hanno cominciato a produrre e condividere informazione attraverso blog, forum di discussione, wiki, comunità tematiche e sistemi di open publishing. Questa massa crescente di comunicazione non può essere ignorata.
I canali del Web 2.0 sono da qualche tempo oggetto di attenzione e monitoraggio da parte di aziende ed istituzioni, interessate a misurare la qualità della propria visibilità online e ad intercettare la diffusione di voci, opinioni e giudizi sui propri prodotti e servizi. Oltre ad ascoltare però, non molto si è fatto e si fa per realizzare forme nuove di coinvolgimento degli utenti.
La difficoltà ad intraprendere progetti concreti è sicuramente dovuta in parte alla presenza obiettiva di margini di rischio e di incertezza, che incutono timore e invitano alla prudenza. Le esperienze di corporate blogging realizzate fino ad oggi ad esempio, non sempre hanno avuto esiti felici, e talvolta si sono rivelate controproducenti. Altre iniziative più recenti invece, come quelle intraprese da diverse grandi aziende all’interno dei mondi virtuali come Second Life, stanno producendo reazioni positive tra i cittadini-avatar che li popolano.
In ogni caso, che lo si voglia o no, la comunicazione prodotta dai consumatori viaggia nel web al ritmo di centinaia di migliaia di conversazioni al giorno. Gli utenti si riuniscono in comunità tematiche legate a brand specifici o tipologie di prodotti/servizi, si scambiano informazioni e consigli, criticano le aziende, ne scimmiottano le identità, producono parodie o rielaborazioni creative delle pubblicità e dei logo aziendali, suggeriscono nuovi prodotti e servizi. Nel bene e nel male, appare evidente il desiderio diffuso di interagire e proporsi come degli interlocutori attivi.
Tanto vale allora per le aziende mettersi in gioco, correndo qualche rischio, ma cogliendo l’opportunità di intercettare e valorizzare quegli interessi e competenze in grado di rappresentare un valore aggiunto per la propria immagine. Le modalità per realizzare questo incontro sono ancora tutte da inventare.