di Ildegarda Ferraro
Due casi limite, quelli del colore magenta e della parola bzz, mettono in luce alcune falle del sistema Internet, scatenando una serie di battaglie legali. Esiste il diritto di appropriarsi di qualcosa sul web? La posta in gioco…
Internet è partecipazione, indispensabile per comunicare. Semplici esperienze ne danno la misura. Ma è anche un insieme di regole diverse in rapido cambiamento. Un universo in cui “si combatte” per il colore magenta e non si può usare il ronzio delle api. Comunicare ai tempi della rete vuol dire fare sempre e comunque i conti con la rete. Almeno in termini di riferimento e di scenario, Internet oggi è indispensabile per comunicare. Nella maggioranza dei casi non si può fare a meno di immaginare un percorso specifico, anche quando la scelta cade su canali diversi il gioco dei rimandi implica uno sguardo attento al web. Per almeno due ragioni: da una parte perché cresce il numero di chi vive connesso e dall’altra perché le regole possono essere molto diverse e cambiare molto rapidamente. Esperienze molto semplici ne danno la misura.
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di Matteo Borsacchi

Dopo anni di raccapriccianti rivelazioni sul corpo e la salute di Michael Jackson, quella morte per infarto annunciata in una tarda serata di giugno da un sito di gossip appariva incredibile per la sua banalità.
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di Marta Isoni
Il titolo apre degnamente le porte ad uno “studio” effettuato nel maggio 2009 dalla Harris Interactive. L’obiettivo è misurare le percentuali dei frequentatori dei social network classificandoli in base agli atteggiamenti sessuali. Lunga serie di tabelle e grafici grazie ai quali veniamo a conoscenza del fatto che gli omosessuali sono poco interessati alle pubblicità presenti sui siti che visitano (solo il 6%), che il 55% degli omosessuali frequenta abitualmente blog (contro un misero 38% del mondo etero) e che uno su cinque utilizza Twitter.
Banale, no?, e pure inutile.
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di Enrico Pozzi
Chi passa le giornate a “staggarsi” da foto impietose, ad impostare la visibilità sugli instant messenger, a cercare o smentire voci infamanti su di sè, la propria azienda o il proprio capo, probabilmente apprezzerà l’ironia con cui Daniel J. Solove ripercorre la rotta di collisione tra libertà di parola, amplificata all’esasperazione dalle tecnologie 2.0, e diritto alla privacy.
Un cruciale processo aveva portato l’Occidente a depotenziare la comunità a favore della società, secondo la vecchia ma ancora essenziale dicotomia di Tönnies. La comunità era il regno dei rapporti faccia a faccia, delle interazioni emotive e della socialità ‘calda’, ma anche il luogo del massimo controllo sociale di tutti su tutti. Il suo modello era il ‘villaggio’, dove tutti si conoscono, non c’è la presunta freddezza dell’anonimato, ma non c’è neanche lo spazio del privato, cioè dell’individuo non assorbito nel gruppo. Al contrario la ‘società’ è contrattuale, ‘fredda’ e razionale, ma produce dimensioni private, e dunque il diritto dell’individuo ad esistere nella protezione dell’anonimato. Il suo modello è la città, dove il controllo sociale è molto più fragile, e la solitudine della folla anonima è peso e libertà insieme.
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di Matteo Borsacchi
Quando uscì nel 2007 The Cult of the Amateur. How Today’s Internet is Killing Our Culture di Andrew Keen suscitò sdegno e irritazione in non pochi apostoli del social web. Ora che DeAgostini ne ha pubblicato la versione italiana, sarà interessante vedere se reazioni simili rimbalzeranno nella nostra blogosfera.
La storia vuole che Keen, pioniere del web dal 1995 e amico del guru Tim O’Reilly, proprio durante un incontro organizzato da quest’ultimo abbia deciso di voltare le spalle agli “integrati” del web 2.0 e abbracciare la causa apocalittica.
Così un paio di anni fa, mentre in tutti i barcamp si brindava alla rivoluzione voltapagina di Internet, questo rinnegato della prima ora cominciò a inveire su utenti di blog, Youtube e p2p e a lanciar loro le accuse di dilettantismo, plagio, pirateria, autoricidio, in sintesi di attentare alla vita dell’industria culturale per trasformarla in un brusio cacofonico.
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di Enrico Pozzi
Un gigioneggiante libretto su un tema che meritava metodo e passione: l’uso che Silvio Berlusconi fa del proprio corpo come strumento di leadership carismatica. L’esibizionismo intellettuale non riesce a diventare analisi, e il balletto narcisista coinvolge in eguale misura l’autore e il suo oggetto. Inutile.
Marco Belpoliti, Il corpo del capo, Guanda, Milano 2009, 12€
di Enrico Pozzi
Boni, che insegna Sociologia della comunicazione a Milano, insegue da tempo e con successo variabile il modo in cui i media costruiscono il corpo dei leader politici o religiosi. Questo libro è riuscito. Con pazienza e con un lavoro metodico su molti materiali, ci fa vedere di cosa è fatto mediaticamente un leader come Berlusconi, e quanto il suo corpo reale e immaginario interviene a sorreggere, correggere e talvolta a compromettere le strategie del consenso. Nessun sbrilluccichio di idee e sfarfallio di concetti leggiucchiati in fretta, ma una analisi onesta che vuole capire. Utile.
Federico Boni, Il superleader. Fenomenologia mediatica di Silvio Berlusconi, Meltemi, Roma 2008, 19€