Privacy e dati personali: il Web è ancora libero?

Venite bambini e bambine, Gelati gratis! E già conosco quali sono i vostri gusti preferiti…

Il breve video appena visto mostra il CEO di Google Eric Schmidt nelle vesti di un malefico gelataio che, in cambio di gelati gratis, raccoglie i nostri più intimi segreti. “So che tuo padre passa gran parte del suo tempo su siti di sport” (dal tono allusivo sembra che il padre del bambino non guardi siti di “informazione sportiva” ma tutt’altro…)

Il video è stato ideato da Consumer Watchdog, gruppo di attivisti statunitense che sta cercando di far approvare al Congresso degli Stati Uniti la Do Not Track Me List, un registro per limitare la raccolta di dati personali sul web e per evitare che alcune aziende possano utilizzare tali informazioni per trarne profitto.

Dalla sua nascita il web si basa sul paradigma della gratuita dell’informazione (e anche qui una citazione a Chris Anderson è d’obbligo). Ma cosa dà l’utente in cambio? Le sue informazioni personali, la sua privacy. Citiamo le ultime parole di Mark Zuckemberg, fondatore di Facebook: «ormai gli utenti condividono senza problemi le informazioni personali online. Le norme sociali cambiano nel tempo. È finita l’era della privacy».

Le proteste a questa affermazione non hanno tardato ad arrivare: Fabio Giglietto, docente di Nuovi Media all’Università di Urbino ha affermato: “forse si sta aprendo lo spazio per un player che interpreti correttamente l’esigenza di privacy che gli utenti mostrano tutt’ora di avere”.

La realtà però contrasta con tale affermazione perché sembra che ricevere servizi gratuiti (la maggior parte dei quali di dubbia utilità) in cambio dei nostri dati personali sia ancora il modello di business vincente. È plausibile pensare ad un modello alternativo? Alla libertà d’espressione, sempre proclamata dai guru del web, si sta sostituendo il controllo sull’informazione?

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