Misurare la felicità: intervista a Enrico Giovannini

L’economia della felicità e l’arte di lavorare sul nostro futuro, sapendo dove siamo e dove vogliamo andare, anche attraverso un più forte Sistema statistico europeo e una “Costituzione statistica”.

Intervista a Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) e docente universitario, di Ildegarda Ferraro.

“La salute, l’istruzione, il lavoro, il benessere materiale, l’ambiente, le relazioni interpersonali e la capacità di vivere nella società partecipando. A queste 7 categorie per misurare il benessere vanno aggiunte 2 misure orizzontali: l’equità e la sostenibilità”. “Il futuro si costruisce oggi. È stato ampiamente dimostrato che i comportamenti di ciascuno hanno effetto sulle variabili macro”. E ancora: “Gli indicatori sono uno strumento per capire dove siamo e dove vogliamo andare. Nulla di più e nulla di meno. Ma poi è importante che un tema venga dibattuto e affrontato”. Chi parla di dati e di misure, di economia della felicità e di futuro, è Enrico Giovannini, presidente dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) e professore universitario, con una lunga esperienza precedente di Chief Statistician e Director of the Statistics Directorate dell’OCSE a Parigi.

Chi guida una macchina come l’ISTAT è chiamato per definizione a fare una sintesi efficace, anche quando sembra che si possa dire e dimostrare una tesi e il suo contrario, in un oceano di informazioni e numeri disponibili ogni giorno. “La risposta al rischio di cacofonia – chiarisce Giovannini – può essere quella di dar vita in ogni paese ad una tavola rotonda, cui partecipino le diverse componenti di una società per condividere un set d’indicatori. Insomma, creare una sorta di Costituzione statistica”. Ed anche: “In Italia e in Europa bisognerebbe costituire un sistema statistico europeo simile a quello delle banche centrali”

I dati, a patto che abbiano “il filtro della qualità”, possono aiutarci a capire da dove veniamo, chi siamo e dove stiamo andando. Insomma, la statistica ci può sostenere efficacemente nell’arte di lavorare sul nostro futuro. È vero che, parlando con Giovannini, ogni tanto appare tra le righe Trilussa e la storia per cui se qualcuno mangia due polli e qualcun altro nessuno, in media ognuno ha mangiato un pollo. Evidentemente per chi ha nelle mani la struttura per eccellenza per produrre dati in Italia, Trilussa deve essere un fantasma con cui costantemente fare i conti. Ma, di là da Trilussa che è una difficoltà culturale in più, quello che emerge chiaro nelle parole di Giovannini è che il futuro dipende da noi, dai decision maker, ma anche dalle opinioni pubbliche, da noi tutti insieme e da ognuno singolarmente. “Perché molto si può fare se si ha davanti un quadro chiaro e, come dice Amartya Sen, “discutere di indicatori statistici è un modo per capire che paese vogliamo costruire””.

“Cervelli” che lasciano il Paese, ma anche che ritornano. Giovannini chiarisce che chi rientra lo fa con convinzione, “perché l’Italia è uno dei paesi dove si vive meglio al mondo”, ma certo aver provato l’ebbrezza della prospettiva internazionale lascia la traccia “di aver fatto il lavoro più bello del mondo”. E si capisce che Giovannini continua a interrogarsi sulla felicità di un paese, ma anche su quella delle persone che lavorano giorno dopo giorno all’ISTAT, senza dimenticare la sua. Perché la vita è fatta di cose semplici.

Anche la Pubblica Amministrazione in Italia può essere semplice. “Ci sono casi di eccellenza – dice Giovannini – ma certo la strada passa per la valutazione delle performance, che va costruita”.

D. Vorrei partire da questa storia della felicità. Il dibattito va avanti a colpi di Bil (Benessere interno lordo), Fil (Felicità interna lorda), Piq (Prodotto interno di qualità), ma mi sembra difficile poter fare a meno del Pil, il vecchio caro Prodotto interno lordo.

R. Quello su cui siamo tutti d’accordo è che non possiamo fare a meno di una misura della produzione, della ricchezza economica prodotta ogni anno. Ma il Pil non è la misura migliore per varie ragioni. Innanzitutto, perché abbiamo molti altri metri già disponibili più vicini alle persone. Così, per esempio, il reddito disponibile delle famiglie rappresenta molto meglio quanto effettivamente arriva ai cittadini. La seconda ragione è che dovremmo guardare al reddito nazionale netto, perché la globalizzazione e i cambiamenti tecnologici rendono “l’interno” e il “lordo” del Pil non adeguati. È necessario tener conto degli scambi, delle rimesse degli emigrati e di molte altre componenti che contano. Insomma, il Pil è una misura un po’ grezza. Ne abbiamo di migliori, perché non usarle?

D. Lei ha detto: “Se pensando alle 3 cose da augurare a un figlio, a un nipote, a un amico, la risposta fosse ‘diventare più ricco possibile’ allora il Pil è la misura giusta, se invece fosse ‘una buona salute’, ‘un buon lavoro’, ‘amici’, ‘la possibilità di vivere in un ambiente sano’, allora il Pil non è la misura del benessere”. Quali sono gli elementi essenziali di questi indicatori complementari?

R. Se pensiamo alla salute, certamente la speranza di vita, e, ancora meglio, la speranza di vita in buona salute. Oppure il tasso di mortalità infantile. Se poi si guarda a ciò che una persona sa, si può far riferimento ad alcuni indicatori dell’OCSE, per esempio il PISA (Programme for International Student Assessment NdR) che valuta periodicamente la preparazione degli studenti. Per l’ambiente si tengono in considerazione misure della qualità dell’acqua, dell’aria, dell’inquinamento. Il lavoro: conta quanto e che tipo di lavoro è disponibile e su questo tema l’Organizzazione internazionale del lavoro ha sviluppato il concetto di “decent work”, di lavoro decente, che mi sembra di grande interesse. E poi i rapporti interpersonali: siamo violenti, aggressivi, possiamo contare su qualcuno che ci aiuti in caso di difficoltà? Questi sono alcuni esempi delle 7 categorie che come OCSE e anche come Commissione Stiglitz abbiamo identificato per misurare il benessere.

D. Lei ha collaborato alla messa a punto del rapporto della Commissione Stiglitz. Nel 2008, il Presidente della Repubblica francese Nicolas Sarkozy ha infatti istituito una Commissione per la Misurazione delle performance economiche e del progresso sociale, guidata dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen insieme a Jean-Paul Fitoussi. Mi può ricordare le categorie del progresso che avete individuato?

R. La salute, l’istruzione, il lavoro, il benessere materiale, l’ambiente, le relazioni interpersonali e la capacità di vivere nella società partecipando. A queste 7 categorie ne vanno aggiunte 2 orizzontali. Una è l’equità, che può essere declinata in ciascuna delle 7 categorie. L’equità è un elemento intragenerazionale, va cioè tenuto in conto all’interno di ciascuna generazione. L’altra dimensione orizzontale è la sostenibilità. Di qui l’idea che si ha progresso in un Paese quando aumenta il benessere equo e sostenibile.

D. Oltre ai servizi sui quotidiani, che riportano vere e proprie classifiche sulla felicità, si va formando una consapevolezza nei decision maker sul tema. Che prospettive vede?

R. Io credo che ci sia una consapevolezza crescente. È emersa in maniera evidente nella discussione sugli indicatori economici, sociali e ambientali per la nuova agenda europea post-Lisbona. Terrei in considerazione anche il dibattito recente sul tema della sostenibilità, per cui invece di guardare solo al rapporto debito pubblico / Pil si comincia a guardare anche ad altri indicatori. Io credo che ci sia una pressione crescente anche da parte dell’opinione pubblica. E questo emerge nelle dichiarazioni degli opinion leader e dei politici. La riunione del G20 di Pittsburgh ha richiamato la necessità di sviluppare questi nuovi parametri. L’agenda Europa 2020 fa riferimento a questo. Il processo sta andando avanti, anche perché questa crisi ci interroga a fondo su dove si stia andando .

D. Emerge sempre più forte l’idea che possa essere dimostrato tutto e il contrario di tutto.

R. Questa idea di confusione, che ormai sembra attanagliarci, dovuta all’eccesso di informazione disponibile, che poi alla fine rende tutti impermeabili, è un problema “filosofico” per la statistica. Perché se alla fine la confusione cresce al punto che si può dire tutto e il contrario di tutto, a che servono tutti questi numeri? È un problema non tanto di indicatori di benessere, quanto del cambiamento che sta avvenendo nella società moderna. Produrre dati non è mai stato così semplice. Ci sono molti nuovi produttori con propri specifici interessi. Il rischio è appunto la cacofonia. La risposta a questo problema può essere quella proposta dal “Progetto globale dell’OCSE sulla misura del progresso” di dar vita in ogni Paese ad una tavola rotonda, cui partecipino tutte le diverse componenti di una società con l’obiettivo di condividere un set di indicatori su cui si possa tutti essere d’accordo. Insomma, creare una sorta di Costituzione statistica.

(continua qui)

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

Questo articolo è stato pubblicato su Bancaria n. 9, settembre 2010.

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foto di Eunah Kim

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