Googlecrazia o googlefobia? Rassegna di libri paranoici su Google

Il successo ha cucito intorno a Google la veste che una volta apparteneva a Microsoft, quella del dispotico signore dei media che ha in mano le chiavi del nostro futuro digitale e brama un controllo totale della conoscenza e dei suoi strumenti. Sappiamo già com’è andata a finire per Bill Gates e soci.

E’ interessante però confrontare gli stili più o meno paranoici con cui si costruisce l’immagine del potere di un’azienda perchè vi troviamo immischiate rappresentazioni della scienza, dell’economia e della società. Per farlo basta passare in rassegna i titoli inquietanti degli ultimi libri sul tema.

auletta effetto googlePartiamo da Ken Auletta, forse il più autorevole studioso americano di media, che cura dal 1992 la rubrica Annals of Communication sul New York Times. Nella traduzione italiana di Googled. The end of the world as we know it si perdono già due elementi: Effetto google non rende il neologismo googled (eppure in Italia si usa, vedi Wuz: “Siamo googlati. Googlati per sempre”) e quella sensazione di passività e di violazione che avvertiamo una volta trasformati in oggetti di ricerca. Poi c’è la citazione della canzone dei REM, un po’ demodè ma che acquista un nuovo senso legato ai mutamenti nei processi cognitivi.

L’algoritmo alla base del pagerank è stato la chiave del successo di Google e non stupisce che nella narrazione paranoica si trasformi nel suo “peccato originale”. Un peccato che con un’efficace salto logico diventa colpa collettiva dell’empirismo anglosassone e finisce per ricollegarsi all’attuale crisi finanziaria:

“Cercano un costrutto, una formula, una algoritmo che predica il comportamento. Credono ingenuamente che quasi tutti i misteri, inclusi quelli del comportamento umano si possano rivelare attraverso i dati. Come sappiamo, la fede di Wall Street nei modelli matematici alla base dei derivati ha contribuito a mettere in ginocchio l’economia americana”.

Come ogni padrone Google esercita il suo carisma violando le leggi, nel suo caso il diritto alla privacy e il diritto d’autore:

“Per aziende costruite sul possesso, sulla vendita o sulla distribuzione di quelle informazioni, Google può rappresentare veramente il nuovo ‘impero del male”.

In compenso per chi invoca un ripensamento del copyright ‘l’impero del male’ è rappresentato proprio da quelle aziende, mentre Google agisce come un Robin Hood che ruba contenuti ai ricchi per donarli ai poveri. Ma i più attenti sanno cosa chiede in cambio: dati personali. E qui si pone la difficile questione della privacy: il dibattito sulla “legge bavaglio” ha mostrato quanto sia precario l’equilibrio tra diritto alla riservatezza e libertà di espressione. Il dibattito su Google smaschera invece il doppio metro che usiamo quando gettiamo i politici e le celebrities nelle fauci dei tabloid e ci scandalizziamo per il cittadino qualunque finito nelle telecamere di StreetView o nei database di Adsense.

bottazzini googlecraziaGooglecrazia di Paolo Bottazini (che non va confuso con l’omonimo pamphlet del Gunnar Trjo Erik) sposta il discorso dai temi socioeconomici alla psicologia dell’utente e propone una figura autoritaria più morbida, quasi materna:

“Google in breve tempo ha convinto tutti che ogni domanda possa avere una risposta; ha anche autorizzato la persuasione che ogni domanda vanti il diritto di ottenere una risposta, e che la debba riscuotere in un tempo molto rapido. La differenza tra argomenti rilevanti e ossessioni personali sembra essersi dissolta: sembra che sia caduta la barriera che separava i temi di interesse generale, degni di pubblicazione – e tutto ciò che doveva rientrare nelle curiosità o nelle fissazioni personali”.

L’interazione con il motore di ricerca ci ha trasformati in bambini viziati e maleducati che chiedono all’infinito “perchè?” e non interiorizzano le scale di valori socialmente stabilite. Ma chi risponde allora alle nostre domande e chi decide sull’interesse degli argomenti e l’autorevolezza delle fonti? Svanita la mediazione degli algoritmi ritroviamo noi stessi trasformati in un’ipertrofica comunità di autori, motivati unicamente dalla voglia di condivisione e di stima reciproca. La cattiva maestra si trasforma così in un Minotauro che osserva compiaciuto le proprie prede dimenarsi nel sovraccarico di informazioni:

“La metamorfosi della realtà è così radicale che sembra impossibile non esista una regia, un disegno, un progetto salvifico che la guida. Questa illusione è il luogo in cui ci si perde, l’epicentro del labirinto di Google”.

Passando in rassegna gli altri titoli notiamo che alcuni si concentrano di più sugli effetti totalizzanti (Pianeta Google. Quanto manca alla conquista totale? di Randall Stross), altri sugli algoritmi matematici (L’ algoritmo al potere di Francesco Antinucci), altri ancora sui rischi per la privacy (Luci e ombre di Google del collettivo Ippolita), ma in tutti ritroviamo più o meno sempre gli stessi timori:

  • dominio totalitario (dell’informazione)
  • eliminazione di tutti i dissidenti (ovvero i suoi competitor)
  • uno sguardo costante e penetrante sulla vita dei sudditi (lesione della privacy)
  • spersonalizzazione e burocratizzazione della vita (attraverso un algoritmo)

Che poi è la struttura elementare del mito del Grande Fratello adattato alla società dell’informazione.

Ken Auletta, Effetto Google. La fine del mondo come lo conosciamo, Garzanti, 2010, 444 p., 19,60€
Paolo Bottazzini, Googlecrazia. Il mondo in una query, Convergenze, 2010, 342 p., 19 €
Randall Stross, Pianeta Google. Quanto manca alla conquista totale?, Sperling & Kupfer, 2009, 274 p., 16€
Francesco Antinucci, L’ algoritmo al potere. Vita quotidiana ai tempi di Google, Laterza, 2011, 117 p., 6,80€
Ippolita, Luci e ombre di Google. Futuro e passato dell’industria dei metadati, Feltrinelli, 2007, 172 p., 9,50€

2 Commenti su Googlecrazia o googlefobia? Rassegna di libri paranoici su Google

  1. Mi sembra giusto chiedersi quale possa essere il futuro di una civiltà di comunicazione che ha un unico centro. Non c’è nulla di ‘paranoico’ nel rilevare che lo scambio informazione-dati personali sia assolutamente squilibrato e pericoloso per il singolo. Qualunque struttura che ha un solo centro portante è insicura, anche la più solida.
    La nostra cultura, la storia del mondo è costruita sulle differenze, sulle sovrapposizioni, su scambi obliqui e inconsapevoli o fortuiti. Non è la realizzazione del grande fratello ma il consolidamento del Pensiero Unico, molto peggio e fonte di grande povertà.

    • Grazie Gerard per il tuo commento e scusa il ritardo nella risposta. Non volevo che paranoico suonasse come un giudizio di merito, mi riferivo soprattutto allo stile narrativo. Comunque anche ora, a distanza di due anni e mezzo dalla scrittura di questo post, la situazione non sembra evolvere verso il Pensiero Unico: Google è stabilmente insidiato ai vertici delle classifiche di traffico da Facebook e recentemente anche da Yahoo!, due riserve e modelli di contenuto molto diversi (Yahoo produce gran parte dei propri, Fb è interamente user generated). E poi ci sono gli altri social network, le app dei dispositivi mobile, la partita mi sembra più aperta che mai e lo strapotere di BigG meno solido di quanto non lascino pensare certe immagini sedimentate del Web.

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