State of the News Media 2011: la morte (presunta) della carta stampata?

E’ stata pubblicata l’ottava edizione del report annuale  The State of the News Media, prodotta dal Pew Research Center’s Project for Excellence in Journalism.

La maggior parte dei settori dell’industria editoriale ha registrato un netto declino nell’ultimo anno e ciò può essere letto come risultato dei problemi economico-strutturali che hanno inferto alla stampa, in particolare, un duro colpo.

L’analisi, che tratta fondamentalmente della situazione d’oltreoceano, si sviluppa attraverso tutti i settori dei ‘News Media’, dal mondo online ai networks, dalle tv locali ai magazines e alla radio e pone l’accento su degli special reports: Mobile News & Paying Online, International Newspaper Economics, Emerging Economics of Community News, Seattle: a New Media Case Study e A Year in the News.

Why U.S. Newspapers Suffer More than Others“: questo il titolo della sezione che si occupa dell’International Newspaper Economics, e che si interessa anche alla situazione europea nel paragrafo di cui vi riportiamo i passaggi, tradotti, più importanti:

La maggior parte degli indicatori dell’industria suggeriscono che, al momento, i giornali europei, presi nell’insieme, non stanno soffrendo così duramente come quelli statunitensi. Ma ci sono delle minacce. Tra il 2007 e il 2009, per esempio, le entrate editoriali nella maggior parte dei paesi europei si sono ridotte. Il picco peggiore è stato in Gran Bretagna (-21%), Grecia (-20%) ed Italia (-18%), (OECD, 2010).
Diversi fattori hanno contribuito a rendere le cose meno problematiche rispetto agli USA. Una minore dipendenza dalle entrare pubblicitarie è un fattore. Un altro è che molti giornali sono proprietà di famiglia e quindi sono stati finanziati da soldi privati nel corso degli anni. Quando la recessione ha preso piede, le compagnie editoriali europee hanno subìto la stretta, ma sono state capaci di ‘rimanere a galla’ e, generalmente, non si sono viste schiacciate dai debiti.
Un terzo fattore è che in molti paesi del nord Europa i lettori di giornali sono significativamente e storicamente più numerosi che in America, e ciò ha ammortizzato la crisi.  Nel 2008, alcune nazioni hanno riportato un piccolo, ma significativo, aumento, rispetto agli anni precedenti, nella percentuale di adulti che affermano di aver letto, di recente, un quotidiano: parliamo di un 96% in Islanda, 85% in Portogallo, 80% in Svizzera e 58% in Irlanda, secondo i dati riportati dall’OECD del 2010. Anche in Gran Bretagna, dove solo il 33% degli adulti legge con regolarità un quotidiano, il dato rimane, per lo meno, stabile. Negli Stati Uniti, invece, il dato è in declino. I quotidiani statunitensi hanno una media di lettori del 45% che sale ad un 48% per l’edizione della domenica, al ribasso ripetto al 55% che era stato registrato nel 2001.

[…]Questi grafici sono relativi ai ‘circulation data’ ed evidenziano un trend in declino.
Una particolarità interessante dell’industria editoriale europea è la prevalenza della free press, nella quale tutte le entrate sono basate sulla pubblicità. In accordo con Rasmus Nielasen, ricercatore presso la Reuters Institute for the Study of Journalism all’Università di Oxford, la free press rappresenta in alcuni paesi il 40%  del totale dei quotidiani circolanti.
Prima della recessione globale, la circolazione dei free newspapers è stata particolarmente importante. In Russia, per esempio, è cresciuta del 523% dal 2005 al 2009. In Romania, del 1.289% nello stesso periodo. La recessione sembrava addirittura  escludere la ‘free circulation’, in qualche paese più di altri (World Association of Newspapers, 2010).”

Altro problema fondamentale è quello degli investimenti pubblicitari nella carta stampata:

“Alcuni esperti credono che i problemi più seri debbano arrivare ancora. Cavo, satellite ed internet trends, che hanno iniziato a prendere forma negli anni ’90 in America, stanno estendosi attraverso l’Europa.
[…] Le percentuali relative alla pubblicità giornalistica in Europa, in comparazione ad altri media, rivelano un panorama confuso. Per esempio, gli investitori pubblicitari spendono più nella stampa che nella televisione, magazines, radio, cinema, outdoor media o internet in Svezia (42,9% nonostante la profonda penetrazione della banda larga), Germania (37,4%), Olanda (33.5%) e Gran Bretagna (28,4%).
[…] Intanto, la raccolta pubblicitaria televisiva domina, e segue molto di più le le tendenze USA, il panorama in Italia (49.9%), Polonia (45.5%) e Spagna (43.9%) in accordo con il report 2009 dell’Office of Communications in Gran Bretagna.”

L’analisi tratta anche l’argomento degli aiuti governativi nei confronti dell’industria editoriale:

[…]. “Le persone hanno dovuto pensare a come creare un prodotto che attirasse un mercato abbastanza ampio. Il peso della nazionalità significa, nonostante tutto, che tu non possa essere soddisfatto nel limitarti a conservare solo i lettori “di base”.
Qualche paese europeo ha proprio limitato i problemi relativi agli investimenti pubblicitari grazie ai sussidi
governativi, sebbene molti credano che sia solo un diluire il problema nel tempo, piuttosto che risolverlo. Gli aiuti diretti ai giornali producono risultati positivi nel breve periodo in alcuni mercati in Europa, ma nessuna ricerca ha mostrato quanto ciò abbia prodotto degli effettivi benefici nel lungo periodo. […] L’effetto che i sussidi creano fa sorgere una domanda: è più auspicabile una morte lenta di una veloce?
Al di là degli effetti concreti a lungo termine, le domande che sono emerse riguardano la legalità di alcuni investimenti governativi.
[…] “in città piccole o di medie dimensioni è lecito supporre che il secondo giornale sarebbe morto dopo poco senza gli aiuti” afferma Levy. “La funzione democratica dei sussidi è riuscita in qualche misura a permettere lo stabilirsi di un’idea di mercato più competitivo” dice, inoltre, il media economist Robert Picard.”

La situazione europea risulta comunque problematica:

“Nonostante la presenza degli interventi governativi, e di una circolazione più solida dei quotidiani in Europa, alcune delle nazioni europee hanno sperimentato disastrose perdite nella percentuale dei lavori legati alla newspapers publishing. Le nazioni che hanno visto i tagli più duri tra il 1997 e il 2007 sono stati la Norvegia (-53%), l’Olanda (-41%) e la Germania (-25%), (OECD,2010). Allo stesso tempo, altre nazioni hanno visto, in alcuni casi, situazioni drammatiche nelle cifre relative all’occupazione legata al settore, incluse Spagna (63%), Polonia (30%), Irlanda (17%) e Gran Bretagna (1%).
Il grafico riportato propone una più chiara illustrazione di quanto netta sia la differenza tra i mercati della stampa in Europa, e quanto sia pericoloso arrivare ad una generalizzazione semplicistica. Nell’Europa centrale e dell’est ricerche recenti hanno sottolineato un’evidente assenza di formazione per giornalisti che rimangono nel mondo del lavoro, come fosse un passaggio verso un contenuto tabloid-style che è più semplice da far emergere rispetto ad un reporting che cerca di investigare i fatti in profondità.”

L’articolo, nella sezione Europe, si conclude con questa frase:[…] “non troverete nuovi modelli di business se non sarete disposti a cambiare il prodotto – dice Levy – il problema dei giornali è che, qualche volta, le persone sono più alla ricerca della prospettiva del produttore che dell’importanza del consumatore”

Dati quindi che mettono in luce una situazione non facile per la stampa di tutto il ‘mondo occidentale’, l’America con cifre più preoccupanti rispetto all’Europa, che affonda sotto il peso del solito problema: la mancanza di introiti pubblicitari, che tendono verso media che danno più profitti, e la necessità conseguente di aiuti governativi che imbrigliano la libertà della stampa stessa rallentandone soltanto la “morte”.

Riprogettare l’offerta editoriale sembra essere l’unica soluzione possibile, alla ricerca di ciò che realmente i consumatori vogliono. Da anni, ormai, si parla della morte (per ora solo presunta) della carta stampata, ma davvero si sta solo rallentando la fine di un  ‘corpo editoriale’ senza futuro o si può fare ancora qualcosa?

Per leggere lo special report completo clicca qui

Per leggere il report completo clicca qui

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*