Intervista a Catia Bastioli, Amministratore Delegato di Novamont e creatrice del Mater-Bi

All’inizio dell’anno MonitalyTM, il monitoraggio delle rappresentazioni dell’Italia sui media esteri, aveva registrato un’accoglienza molto positiva all’introduzione nel nostro paese del divieto sulle buste di plastica non riciclabili.

In alcuni casi si è indicato nell’Italia perfino un esempio da seguire, in altri il bando è riuscito quantomeno a recuperare parte di quella credibilità ambientale gravemente incrinata dall’emergenza rifiuti.

A che punto siamo oggi? Ildegarda Ferraro ha intervistato, per Bancaria, Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont e creatrice del Mater-Bi, la plastica biodegradabile di cui sono fatti i nuovi sacchetti, per parlare di leadership e idealismo femminile, di chimica, economia e innovazione in Italia, e anche di una nuova proposta per la raccolta dei rifiuti organici.

Un’economia di sistema per un domani sano e verde

di Ildegarda Ferraro

«La sfida prioritaria del nostro millennio consiste nella ricerca di modelli di sviluppo in grado di conservare le risorse del pianeta, preservando e aumentando la qualità della vita dei suoi abitanti. Si tratta di favorire una transizione da un’economia di prodotto a un’economia di sistema, un grande salto culturale verso una sostenibilità economica e ambientale che deve coinvolgere l’intera società, a partire dalla valorizzazione del territorio e dalla attitudine collaborativa tra i diversi interlocutori in gioco». Parla chiaro Catia Bastioli, ricercatrice chimica e imprenditrice, creatrice del Mater-Bi, la plastica biodegradabile prodotta con amido di mais, di patate e oli vegetali. «La ricerca scientifica e l’innovazione, rivolte a ottenere prodotti e processi produttivi indirizzati a un sistema di sviluppo più consapevole e meno dissipativo sono i driver che consentiranno una crescita reale e di lungo periodo del nostro mondo e che ci permetteranno di evolvere in modo competitivo e sostenibile dal punto di vista ambientale. A patto di non rinviare la conversione». Perché se così non fosse i rischi sarebbero evidenti. «Tenendo conto della maggiore velocità dello sviluppo di questi anni, della globalizzazione e del fatto che al posto di sostanze petrolifere sono coinvolte colture alimentari, la mancanza di saggezza nell’uso di queste risorse potrebbe portare danni ben maggiori di quelli creati da un uso scorretto della chimica». Secondo Catia Bastioli «i buoni ricercatori e imprenditori sono fondamentali anche nel settore delle materie prime rinnovabili, ma senza un coinvolgimento attivo di tutto il territorio e senza standard di sistema stringenti e rispettati, i rischi di effetti distorsivi rimangono elevatissimi». E così, per esempio, «oggi nella chimica le piccole e medie imprese italiane, senza la forza propulsiva e strategica dei produttori di materie prime sul territorio, stanno diminuendo la loro innovatività e rischiano di crollare di fronte alla competizione a basso costo». La scelta è nelle mani dell’uomo: «Si dovrà stabilire se puntare su poche colture industriali e poche sostanze chimiche. In tal caso lo spazio per la crescita di nuove aziende di piccola e media dimensione diventerebbe molto improbabile e le multinazionali tenderebbero a svolgere un ruolo dominante. Oppure si potrà optare per la biodiversità dei territori, moltiplicando le opportunità».
Vola alto Catia Bastioli. Su Internet guardo alcuni suoi interventi e interviste. Ha un’aria algida, che ben presto si capisce è solo dovuta alla semplicità dello scienziato, per cui se occorrono tre parole se ne dicono tre e non quattro. Umbra, 53 anni, è semplice ed efficace. Come lo sono i sacchetti di plastica biodegradabile, che hanno un vago odore di frittella. È un sano mix di passione e impegno. Genio e regolatezza, insomma. È anche la testimone diretta dell’avventura della grande chimica italiana, che va dal premio Nobel Giulio Natta e alle intuizioni di Raul Gardini, alla Montedison, alle nuove imprese del biodiesel e della bioplastica. Resta in Italia: il padre si oppone alla sua partenza per Berkeley, dove aveva vinto una borsa di studio. A 27 anni è alla guida di un laboratorio di ricerca. Partecipa accorata quando si parla di piccole e medie imprese. Riconosce, e non è da tutti, che «in Italia abbiamo avuto la fortuna di trovare banche che hanno deciso di investire nella nostra iniziativa di pura ricerca, quindi ad altissimo rischio per loro. Ciò significa che anche nel nostro Paese è possibile fare cose innovative e interessanti». Una bella storia italiana.

La passione e l’impegno

«Ufficiale e gentiluomo» è un vecchio film di successo, ma è anche uno stereotipo. Certamente non si può dire lo stesso per «inventore e gentildonna». Lei è amministratore delegato della Novamont, che produce bioplastiche con amido di mais, patate e oli vegetali, docente universitario. È una scienziata, ha ricevuto il premio Inventore europeo dell’anno nel 2007 da Commissione Ue e Ufficio Europeo dei Brevetti, ha avuto numerosi riconoscimenti internazionali e la laurea honoris causa dall’Università di Genova. Insomma, una storia italiana di eccellenza. La chimica ha una connotazione eminentemente maschile, l’italiano medio è donna, quarantenne, poco istruita. La domanda è: «come ha fatto a mettere insieme tutto questo»?

Con la passione per la chimica e l’ambiente: un sentimento che mi ha accompagnata sin dai banchi di scuola e che mi ha portata poi a lavorare con personaggi illustri del mondo scientifico.
È vero che le donne oggi sono chiamate a una grandissima responsabilità. La crisi economica, amplificata dall’irresponsabilità della finanza «alterata», chiama il genere a uno scatto di innovazione in nome di valori etici, che nel corso degli ultimi decenni si sono affermati in diverse esperienze, che hanno avuto come protagonista il mondo femminile.
Forse più nelle donne che negli uomini c’è un alto livello di idealità e di volontà di costruire, piuttosto che di riempire caselle con il rischio di cadere nel carrierismo. Il motivo sta nel fatto che le donne portano energie nuove e ancora poco sfruttate a tutti i livelli, compreso il mondo dell’imprenditoria.
L’incredibile successo del microcredito, non solo nell’esperienza più nota che porta la firma della Grameen Bank, è una formidabile testimonianza di questo approccio femminile all’intrapresa. Il microcredito riconosce nella donna il soggetto-fulcro dell’iniziativa di riscatto delle comunità locali identificando in soggetti femminili i destinatari di un vero e proprio processo di affidamento creditizio.
Assistiamo al riconoscimento della donna come promotrice e gestrice di un percorso di crescita economica e sociale del quale possono beneficiare non solo i destinatari dei finanziamenti ma l’intero contesto territoriale, dove spesso si tendono a perpetuare usi e costumi frutto di culture predatorie e negative.

C’è un segreto per coniugare con successo passione e impegno?

Credo che passione e impegno siano necessariamente complementari. La passione permette di spingersi sempre più in là e superare anche quegli ostacoli che sembrano più insormontabili. La passione senza l’impegno rischia però di essere sterile. Ci vuole determinazione e costanza per perseguire i propri obiettivi.

Non solo rifiuti

In questo 2011 in Italia tutti i sacchetti di plastica in commercio dovranno essere sostituiti dalla bioplastica. Insomma, qui e ora la messa al bando delle buste di plastica è un fatto. In un blog anglosassone è apparsa la considerazione: «A good start is Italy’s ban on plastic bags that are not biodegradable. If Italy can do it, we all can»2. In Europa sono circa 100 miliardi le buste in plastica che vengono annualmente consumate. Sacchetti che vengono importati in gran parte dai Paesi asiatici come Cina, Tailandia e Malesia. Di questi sacchetti l’Italia ne consuma mediamente 25 miliardi. Solo a Roma vengono consumati ogni anno un miliardo e 600 milioni di shopper di plastica. Con l’introduzione di questa nuova normativa dunque nel 2011 l’Italia dovrebbe smaltire circa 25 miliardi di sacchetti di plastica in meno. Questa è una delle facce della medaglia. L’altra è che l’Unionplast, l’Associazione dei produttori di manufatti in plastica aderente a Confindustria, ha invitato a prudenza, facendo notare che l’Italia è a rischio procedura d’infrazione da parte di Bruxelles per questa nuova normativa. Gli industriali sottolineano anche che i sacchetti bio si rompono più facilmente e costano molto di più di quelli di plastica oltre a lanciare l’allarme occupazionale per il comparto, visto che dà lavoro a 4.000 dipendenti per un fatturato annuo di 800 milioni di euro. Per lei cosa rappresenta il bando delle shopper di plastica?

Rappresenta un passo importante verso la tutela dell’ambiente e la lotta al consumismo sfrenato. L’obiettivo del legislatore infatti non è la sostituzione dei sacchetti 1 a 1, ma la sensibilizzazione nei confronti del consumatore verso nuovi stili di vita ecocompatibili. Il consumatore consapevole può scegliere se comprare il nuovo sacchetto biodegradabile, che può poi essere riutilizzato per la raccolta differenziata del rifiuto organico, oppure può scegliere di utilizzare quelli di carta, cotone o iuta. Forse il nostro sistema non ha colto appieno la valenza di questo provvedimento che, se ben interpretato, potrebbe trasformare l’Italia da icona negativa a caso studio virtuoso nel campo della gestione dei rifiuti solidi urbani. Personalmente spero che proprio grazie a questa iniziativa legislativa si possa promuovere una campagna di informazione, sul modello della pubblicità progresso, per incentivare la riduzione alla fonte dei rifiuti e lo sviluppo rapido delle raccolte differenziate.

Le immagini di alcune nostre città invase dai rifiuti e di terre avvelenate ci colpiscono duramente. L’immondizia, soprattutto quella che finisce in discarica, è un problema davvero rilevante. Il sistema Pneo – un sacchetto e un contenitore per la raccolta dei rifiuti organici – forse non è la bacchetta magica ma certamente può avere il suo peso. Di che si tratta?

Si tratta di un sacco con aumentata capacità traspirante per la raccolta dei rifiuti. Pneo(r) rallenta i processi di fermentazione anaerobica che generano odori indesiderati permettendo una riduzione significativa del contenuto di acqua del rifiuto dell’ordine del 20-50%. Queste caratteristiche rendono la raccolta del rifiuto più conveniente per le municipalità e ne permettono una più facile separazione. Di qui un miglioramento nella qualità dei diversi flussi del rifiuto differenziato con la semplificazione della loro raccolta e/o smaltimento. Al di là dei vantaggi ambientali ciò conduce a una significativa riduzione dei costi di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti per le municipalità.

Le hanno chiesto di trasferirsi in America, in Francia, in Canada e a Singapore. Lei ha detto: «Io credo che in Italia occorra stare. La sfida è molto ardua, ma occorre puntare fortemente all’innovazione, alla formazione dei giovani, ma soprattutto a un modello di economia della conoscenza in cui le materie prime non vengano dissipate, ma vengano utilizzate con saggezza».

La tentazione di trasferirmi all’estero l’ho avuta. All’Università mi era stata offerta una borsa di studio a Berkeley, ma mio padre si oppose. Così sono rimasta. Senza rimpianti. Certo, quando mi trovo a combattere con la burocrazia italiana, a volte sogno l’efficienza nordica. Nel mio Paese, comunque, ho avuto occasioni straordinarie. A 27 anni ho avuto l’opportunità e l’onere di mettere insieme un team di ricerca nel campo dei materiali compositi in Montedison, e questa esperienza mi è servita proprio nel momento in cui operavano assieme il più grande gruppo agroindustriale europeo, Eridania-Beghin Say, e Montecatini, una delle più importanti multinazionali della chimica. Avevo fatto un’esperienza che mi permise di dare il mio contributo quando Raul Gardini ebbe l’intuizione della chimica verde, un’idea ancora alla base di tutto il mio lavoro.

La chimica italiana

La chimica italiana è un capitolo davvero interessante, dalle prime esperienze alle imprese che producono bioetanolo o plastiche biodegradabili.

L’Italia ha rappresentato una vera avanguardia per la chimica con centri di eccellenza e personalità straordinarie.
Negli anni Sessanta, al talento di ricerca di un Nobel come Giulio Natta faceva eco una imprenditoria cresciuta in un ambiente di innovazione disposta ad accettare le sfide del progresso. Grazie a uomini come Natta, il Novecento è ricordato come il secolo dei polimeri, in cui grandi molecole sintetiche hanno sostituito un materiale naturale dopo l’altro con un forte contributo al miglioramento della vita di ognuno di noi. Poi, però, il virtuoso rapporto tra aziende e istituzioni ha smesso di funzionare. Nello sfruttamento che della chimica si è fatto nel nostro Paese è mancata in passato una saggezza previdente, che non ha permesso di adottare standard di qualità adeguati per il territorio. Il risultato è che oggi la grande chimica italiana ha perso terreno rispetto ad altri Paesi, come la Germania. Tenendo conto della maggiore velocità dello sviluppo di questi anni, della globalizzazione e del fatto che al posto di sostanze petrolifere sono coinvolte colture alimentari, la mancanza di saggezza nell’uso di queste risorse potrebbe portare danni ben maggiori di quelli creati da un uso scorretto della chimica. Occorre una visione più sistemica e una strategia che mettano al centro l’ambiente prima del profitto, con l’adozione di standard di qualità elevatissimi, in una logica di sistema e non di prodotto, che parta dalla specificità dei territori e che coinvolga tutti gli interlocutori.
I buoni ricercatori e imprenditori sono fondamentali anche nel settore delle materie prime rinnovabili, ma senza un coinvolgimento attivo di tutto il territorio e senza standard di sistema stringenti e rispettati, i rischi di effetti distorsivi rimangono elevatissimi.

In Italia siamo all’avanguardia, subito dopo la Germania, nella green economy. Lei come la vede?

Lo sviluppo di prodotti da materie prime rinnovabili rappresenta un significativo apporto allo sviluppo sostenibile in vista della minore energia coinvolta nella loro produzione e della gamma più ampia di opzioni di smaltimento a più basso impatto ambientale. Rappresenta inoltre un’ottima opportunità per sviluppare sistemi integrati verticali che potrebbero coinvolgere attori agricoli e industriali in uno sforzo di sviluppo comune come nel caso delle bioraffinerie.
Il futuro di questo settore sarà però determinato dalle strategie decise sia a livello locale sia internazionale. Si dovrà stabilire se puntare su poche colture industriali e poche sostanze chimiche. In tal caso lo spazio per la crescita di nuove aziende di piccola e media dimensione diventerebbe molto improbabile e le multinazionali tenderebbero a svolgere un ruolo dominante. Oppure si potrà optare per la biodiversità dei territori, moltiplicando le opportunità che scaturiranno dallo studio delle diverse materie prime vegetali e di scarti locali in logica di filiera integrata, minimizzando i trasporti e massimizzando la creazione di circuiti della conoscenza e di progetti integrati con i diversi interlocutori locali (università, istituti di ricerca, istituzioni, piccole e medie imprese).

– Fine Prima Parte –

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’intervista è uscita su Bancaria n. 4 – 2011

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