Intervista a Giuseppe De Rita, Presidente Censis

Ildegarda Ferraro ha intervistato, per Bancaria, Giuseppe De Rita, Presidente Censis, per capire quanto la crisi abbia inciso sul sistema Italia, già caratterizzato da fratture storiche e socio-economiche, e quale possa essere il futuro del nostro Paese.

Nella crisi abbiamo retto meglio di altri, ma abbiamo perso il gusto di rischiare

<< Con la crisi abbiamo guadagnato sicurezza in noi stessi. Mentre tutti gli altri hanno vacillato, noi no. E questo non è poco per un Paese che da dieci anni si sentiva ripetere di essere in declino, che sarebbe stato colpito più duramente perché più fragile e più debole. Noi abbiamo retto. Ed è un fatto. Abbiamo però perso il gusto di rischiare. Siamo arroccati in difesa>>. Giuseppe De Rita, fondatore del Censis, da cinquant’anni legge la realtà con innegabile talento. Ha dettato linee e decrittato fenomeni. Continua a farlo con la rude semplicità di chi bada ai fatti. Certamente un guru, ma chiaro e semplice. E così quando gli chiedo come vede il futuro, non accenna a complessi sistemi di analisi. Mi dice solo: <<Il futuro per me è sempre stato inatteso. All’inizio degli anni ’70 il dibattito era sulle masse, la fine dell’industria e dell’industrialismo, ma le imprese industriali nel 1971 erano 490 mila e nel 1981 1 milione>>. Con i suoi 79 anni a luglio De Rita continua fare costantemente opinione. <<Questo è un Paese dove si è spezzata la catena generazionale. Ognuno funziona per sé e si può diventar vecchi senza avere mai avuto un allievo o un successore da coltivare. Se non si passa dal ricambio generazionale alla ricostituzione della catena generazionale il risultato sarà sempre una società con questa frattura>>. Le piccole e medie imprese sono sempre state il suo orizzonte di analisi. Da quello che si vede ci sono due prospettive: la prima è essere alla sequela dei tedeschi, contando su di una piattaforma di atterraggio nella globalizzazione; la seconda è esasperare al massimo la logica delle nicchie>>. Mentre per le banche sottolinea l’importanza determinante del legame con il territorio: <<Vorrei che la banca fosse sempre più un operatore tra gli operatori locali>>.

Giovani e non più giovani

Che lavoro sognava di fare da bambino? Su che cosa pensa di impegnarsi in futuro?

Da bambino pensavo di diventare direttore d’orchestra o critico musicale. Non ho fatto nessuna delle due cose, perché ognuno poi ha la sua storia ed era inutile perseguire prospettive impossibili da coltivare. Quella di direttore d’orchestra sarebbe stata più difficile, quella da critico più facile. Ho tentato, ho scritto un paio di cose che rilette adesso mi lasciano perplesso. Il mio saggio sulla messa di requiem di Verdi non mi convince. Per quanto riguarda oggi, a 78 anni, penso di continuare con coerenza e dignità il mio compito, finendo quello che ho cominciato.

“Sono così felice di non essere più giovane” è uno dei capitoli del libro  di Barbara Strauch, corrispondente del New York Times per salute e medicina, dedicato al cervello di mezz’età. La neurologia conferma che il cervello da alcuni punti di vista cambia in meglio: migliorano il ragionamento induttivo, la proprietà di linguaggio, le abilità cognitive, la capacità di far valere le proprie opinioni e di immedesimarsi negli altri, la stabilità di umore e la capacità di prendere decisioni finanziarie. Le emozioni sono in genere più attutite e si è meno rapidi nel compiere operazioni e nel processare informazioni. Difficile confrontarsi con “padri” così.

Mi creda, non si dice mai così nettamente che si è felici di non esser più giovani. Da un punta di vista fisico non posso dirlo. Mi fa male la schiena, non corro più, certamente non giocherei più a pallone. Da un punto di vista psichico certamente ho una maggiore tranquillità, una maggiore capacità di sintesi, il linguaggio non mi ha abbandonato. Ed anche l’elasticità mentale. Da un punto di vista intellettuale mi sento più felice, ma non fisicamente.

La lunga vita degli italiani, i centenari sono triplicati. Uno dei suoi interventi, che parla di un malinteso giovanilismo e delle colpe che i vecchi non hanno, ha scatenato in rete decine di risposte. La domanda è: ‘questo è un Paese per vecchi’, o meglio ‘non è un Paese per giovani’? E se così fosse, c’è qualcosa che i vecchi possono o debbono fare per rendere i giovani un po’ meno succubi.

Non è un Paese ne’ per vecchi ne’ per giovani, questo è un Paese in cui non ha funzionato la catena generazionale, nel senso che dalla fine degli anni ’60 si è pensato al rapporto tra generazioni come ad un salto, ad un ricambio. A qualcosa tipo: “Andate via voi che arriviamo noi”. E invece la vera soluzione sarebbe stata creare una catena generazionale. Basti pensare alla politica, che aveva nel corso degli anni, soprattutto nel dopoguerra, una catena generazionale molto forte, da De Gasperis si passava ad Andreotti, da Andreotti agli andreottiani. Poi questa catena si è spezzata, ognuno funziona per sé e naturalmente si può diventar vecchio senza aver mai avuto un allievo, o un successore da coltivare. Se non si passa dal ricambio generazionale alla ricostituzione della catena generazionale, saremo in una società che avrà sempre una frattura.

– Fine Prima Parte –

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’intervista è uscita su Bancaria n. 6 – 2011

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