Intervista a Giuseppe De Rita – Seconda Parte

(clicca qui per leggere la prima parte)

Il futuro e il presente

Dalla tavola alle fonti rinnovabili sono molti i percorsi di quale futuro stiamo costruendo?

Il futuro per me è sempre stato inatteso. Basti pensare al dibattito degli anni ’70: il 68, la rivoluzione, le masse, la sinistra, la fine dell’industria e dell’industrialismo. Il rapporto sulle imprese industriali dà un’immagine molto diversa: nel 1971 le aziende industriali erano 490mila, non rogiti notarili ma proprio capannoni; nel 1981, dieci anni dopo, erano 1 milione. Erano raddoppiate. Nessuno se ne era accorto. La trasformazione dell’Italia, la novità fondamentale che partiva anche dal sommerso di cui pure nessuno si era reso conto, è stata questa esplosione di imprenditorialità per cui oggi si può dire che l’Italia è fatta da 4 milioni e mezzo di imprenditori. Sappiamo che il processo è scoppiato tra la fine anni 60 e i primi anni 70, quando nessuno ci avrebbe scommesso, perché tutti parlavano d’altro. Dove nessuno avrebbe giocato mezza lira su questo processo, perché tutti parlavano d’altro. Si discuteva di autunno caldo, di salario come variabile indipendente, temi che hanno tenuto banco per almeno dieci anni, mentre la società faceva il suo corso e costruiva la vera novità.

Lei ha parlato di un’“Italia rassegnata e furba senza il senso del peccato” ed ha anche aggiunto “l’educazione al desiderio è l’unica via…di un’Italia senza legge”.

Io devo descrivere l’esistente. Sento e avverto questa perdita del desiderio.
E senza desiderio non abbiamo ne’ il peccato ne’ la gloria, perché non si attiva la tensione a soddisfarlo o a contrastare l’educazione, la forza, la legge. I nostri bambini hanno stanze piene di giocatoli che loro non hanno mai desiderato. Io ricordo ancora i miei desideri da bambino e da adolescente. Ricordo ancora il giorno in cui aspettavo la bicicletta, avrò avuto quasi dieci anni, ne sono passati settanta e ho ancora la sensazione di quei momenti. Oggi c’è qualcuno che desidera l’ottavo telefonino? Il primo sì, lo abbiamo desiderato tutti. Si capisce dal quadro complessivo che nessuno desidera più, se non un po’ di soldi e un po’ di relativo successo.

Crescita, sviluppo, maggiore produttività per garantire maggiore benessere, ma lei ha sottolineato che “Compriamo meno perché abbiamo tutto”.

Non compriamo perché non desideriamo. La mattina quando apro l’armadio li riconto: sono 12 vestiti. Perché dovrei uscire a comprare il tredicesimo? E così son due anni che non compro vestiti. Blocco dei consumi. Non si va verso un sistema che possa essere definito con un ismo: frugalesimo o consumismo, si va verso un continuo arbitraggio dei consumi: questo lo compro al discount, questo al negozio di lusso; questa vacanza la faccio; questo investimento lo scelgo perché è sicuro, questo non lo faccio. È l’arbitraggio che regola i processi, non la tendenza al frugalesimo o al consumismo.

Una “società mucillagine” è un po’ più solida di una “società liquida”?

È una società meno potente di una società liquida, perché la mucillaggine non è altro che l’insieme di elementi vegetali che non si connettono l’uno con
l’altro e restano soltanto accostati l’uno all’altro. Significa che non si integrano, non legano, non fanno sistema. E perciò dopo un po’ si degradano e diventano poltiglia. È molto peggio della società liquida, che continua ad avere un suofunzionamento>>.

Le imprese

Lei è sempre stato un attento analista del mondo delle piccole e medie imprese italiane. Come stanno ora? Riusciranno a rafforzarsi anche patrimonialmente, immaginando anche geometrie variabili, reti o altre
costruzioni?

La realtà produttiva italiana è composta da piccole imprese e da distretti, elementi sostanzialmente in controtendenza rispetto alla globalizzazione. La piccola impresa non si globalizza facilmente e il distretto è territorio, non può andare altrove. La piccola impresa si può delocalizzare, ma ha una scarsa potenza esterna, deve lavorare soprattutto sulle nicchie. Tante piccole aziende tedesche vanno in Cina, ma sono supportate da piattaforma di atterraggio, che segue i suoi obiettivi ma che aiuta anche tutti i piccoli imprenditori tedeschi a portare avanti il loro business. Queste due cose: che siano piccole imprese senza un sistema di atterraggio nella globalizzazione, che siano prevalentemente distrettuali, ancorate al territorio, danno l’idea del quadro d’insieme. In prospettiva vedo due possibilità: la prima è che seguiamo la linea dei tedeschi; la seconda è che esasperiamo al massimo l’individualismo italiano nella logica delle nicchie, cercando il segmento di mercato dove altri non sono arrivati.

Lavoro, contratti, come vede la questione dei lavoratori nell’impresa?

Il meccanismo del rapporto tra imprenditori e lavoratori si risolve quasi sempre in una dinamica aziendale interna. Esasperarla può essere in connessione con altri motivi, come per esempio per incentivare dubbi sulla permanenza in Italia di un’impresa. Per parlare d’altro, insomma, non del modello contrattuale.

Industria, dai distretti stanno partendo i primi segnali di ripresa in Italia,ma solo per chi esporta e investe in ricerca.

Io credo poco ai distretti che si dicono tecnologici perché hanno uno o due accordi con le università. I distretti sono sempre stati a tecnologia incorporata, di processo, ad innovazione di prodotto. Non è mai stato un grande problemadi ricerca scientifica. Quando il 95% delle imprese ha meno di 50 addetti non può farla in proprio, la compra con i brevetti e con i macchinari.

– Fine seconda parte –

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’intervista è uscita su Bancaria n. 6 – 2011

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