Intervista a Giuseppe De Rita – Terza Parte

(clicca qui per leggere la seconda parte)

L’America e l’Europa

Usa. L’America è molto presente nelle nostre vite e nelle nostre scelte. Lo sarà ancora o meno di quanto non possa esserlo la Cina?

L’influenza americana sulle nostre vite c’è già stata. L’American way of life , è arrivata con la televisione, con il cinema, con la musica. E dal ’50 ad oggi, sono passati sessant’anni, ha prodotto tutti gli effetti di modernizzazione, anche di liberalizzazione dei costumi che poteva concedere. Oggi a me sembra che sia difficile che si diventi nei prossimi anni più americani di adesso. Saremo un po’ meno americani, forse un po’ più cinesi o un po’ più provinciali italiani.

E l’Europa? Spinte separatiste e localiste – basti pensare al successo dei separatisti fiamminghi – si accompagnano ad un percorso comune.

Io ho partecipato, anche se ero molto giovane, ai lavori per il Trattato di Roma. Sono un europeo delle prime ore, ma ormai sono di uno scetticismo quasi ‘danese’ o ‘baltico’ nei confronti dell’Europa per due aspetti fondamentali: il primo è che si è allargata troppo, ormai è così vasta da non essere più sentita dalle persone. L’Europa nella cultura collettiva è poco sentita, è più facile che ci si senta lombardi o lucani. La seconda questione è che l’organizzazione europea funziona bene quando ha di fronte questioni circoscritte, come può essere la direttiva sull’uva o sul grano ogm. Difficile avere un impatto quando invece il problema è grave, come ora per il Maghreb.

La crisi finanziaria, le banche e i risparmiatori

Che cosa abbiamo perso e che cosa abbiamo guadagnato con la great financial crisis?

Abbiamo guadagnato una relativa sicurezza di noi stessi. Mentre tutti gli altri hanno vacillato, noi no. E questo non è poco per un Paese che da dieci anni si sentiva ripetere di essere in declino, che sarebbe stato colpito più duramente perché più fragile e più debole. Noi abbiamo retto. Ed è un fatto. Abbiamo però perso il gusto di rischiare. Siamo arroccati in difesa. E siamo sempre stato un popolo che ha rischiato.

Lei ricorda sempre che suo padre lavorava per una banca ed era la banca. Prendeva 50 caffè al giorno e conosceva i clienti uno ad uno. Ora lo sportello è anche ipad da cui è possibile connettersi da qualunque posto.

Mio padre era il direttore del Santo Spirito a Piazza Vittorio a Roma. Mercato e gente di tutti i tipi. Ed era così radicato in quel territorio che qualcuno entrava nella banca ed usciva con lui, facevano una passeggiata parlando per strada. Il rapporto tra banche e territorio era legato a questo, non solo ai tanti sportelli, ma anche alla capacità del singolo di stabilire relazioni. Credo sia importante la riscoperta del territorio. Vorrei che la banca fosse sempre più un operatore tra gli operatori locali.

Un popolo di risparmiatori, che è passato dai Bot alle azioni. Come vede i risparmiatori e i consumatori italiani?

Gli italiani arbitrano, arbitrano i risparmi e i consumi. Solo a livelli alti si delega alle società di gestione del risparmio. L’italiano medio non delega.

L’associazionismo

L’associazionismo è un capitolo importante di questo Paese. Che prospettive vede?

Ho un pregiudizio favorevole per l’associazionismo. Quello che vedo in questo momento sono due processi che mi preoccupano: il progressivo invecchiamento dei volontari e la professionalizzazione. Il volontariato di vent’anni fa era tutto giovanile, la prima conferenza ad Assisi era piena di giovani. Il volontariato ha bisogno di entusiasmo. La seconda questione è la lenta marcia verso la professionalizzazione, e allora non è più volontariato, si trasforma in privato sociale.Se invece parliamo di associazionismo di imprese o di interessi comuni di un settore, devo dire che è assolutamente meraviglioso, ma richiede una rivisitazione costante del format degli interessi da difendere.

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’intervista è uscita su Bancaria n. 6 – 2011

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