Si è spento ieri Steve Jobs. Per salutarlo ricordiamo quella che forse è stata la sua innovazione decisiva: il personal computer. L’idea, cioè, che bisognasse rendere l’informatica semplice, accessibile e – perché no? – esteticamente accattivante.
Correva il gennaio 1984: negli Stati Uniti girava uno spot, diretto da Ridley Scott, in cui un’avvenente atleta mandava in frantumi il megaschermo da cui un Grande Fratello, di stampo chiaramente orwelliano, condannava la gente all’obbedienza e al conformismo.
La maglietta dell’eroina, unica figura colorata in un mondo grigio, riproduceva l’Apple Macintosh, primo personal computer basato su un’interfaccia WIMP (Windows, Icons, Mouse, Pointer): il monitor era concepito come una scrivania virtuale che l’utente gestiva, in modo facile e intuitivo, attraverso il puntatore del mouse e un sistema di finestre e icone.
Il computer diveniva accessibile anche a chi non conosceva linguaggi tecnici: fu la rivoluzione copernicana dell’informatica, l’inizio della sua diffusione di massa e di un cambiamento radicale nel nostro modo di pensare, di agire, di costruire e condividere informazione e conoscenza.
Non a caso lo spot assicurava che l’84 che stava cominciando non sarebbe stato come il “1984″ di Orwell: nel volgere di pochi anni i nuovi dispositivi ci avrebbero resi non più soltanto fruitori ma anche attori dell’informazione, in una società sempre più complessa e individualizzata, dove chiunque può crearsi una nicchia di interessi e passioni. Il trionfo dell’individualità: l’esatto contrario, cioè, della distopia orwelliana.






