Il fallimento di Google+

A dispetto dell’interesse suscitato in estate Google+ sembra un flop: secondo Chitika il traffico è crollato del 60% nella settimana successiva al lancio della versione pubblica, avvenuto il 20 settembre, attestandosi poi sui livelli della versione beta.

Neanche i vertici di Google sembrano entusiasti della novità: buona parte dei top manager ha pubblicato, da giugno, una manciata di contenuti, per di più nelle prime settimane, e alcuni non hanno aperto un profilo: che credibilità può avere un servizio se non lo usano nemmeno i piani alti dell’azienda che lo produce?

A complicare le cose è intervenuto l’autogol di Steve Yugge, ingegnere del colosso di Mountain View, che ha pubblicato sul suo profilo una nota, indirizzata ai colleghi, in cui descrive con amarezza le ragioni della débâcle.

Peccato che la nota sia stata inserita nella cerchia sbagliata, diventando di pubblico dominio malgrado il maldestro tentativo di rimuoverla.

Una sorta di nemesi se pensiamo che Google+, nel lanciare la sfida a Facebook, aveva fatto della tutela della privacy un cavallo di battaglia: invece è stata proprio la gestione delle cerchie a generare questa figuraccia.

Adesso molti prevedono, per Google+, la stessa fine di Buzz o Wave, altri progetti social di Google finiti presto nel dimenticatoio.

La ragione è semplice: Google+, come i progetti che l’hanno preceduto, offre poco di innovativo. Perché spostarsi su Google+ quando Facebook permette, già da anni, di coltivare amicizie e condividere contenuti? Per di più con una massa, difficilmente eguagliabile, di 800 milioni di utenti?

Paradossalmente della nascita di Google+ ha beneficiato, per ora, soprattutto il rivale, che dinanzi all’arrivo di un concorrente temuto ha riformato il proprio sistema di gestione della privacy, rendendolo più immediato e intuitivo, e introdotto gli aggiornamenti pubblici per condividere contenuti al di là della platea dei propri amici.

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