Nuovo e creativo come uno scarabocchio

Le vignette celebrative del più popolare motore di ricerca incuriosiscono la rete e sfidano le regole del marketing

Non tutti i mali vengono per nuocere e non tutti gli errori portano alla sconfitta. Anzi, a volte può succedere il contrario. E così un successo strabiliante può arrivare da una regola disattesa. Come dire: c’è sempre un modo per rimediare. E se il momento non è dei migliori, può tornare utile raccontare una storia con una fine davvero lieta. Questa è la storia dei doodle di Google. Chiunque giri in rete sarà prima o poi finito sul portale di Google, il più popolare motore di ricerca, in un momento in cui il logo non è la semplice parola, ma qualcosa di diverso, un doodle, insomma “uno scarabocchio” diretto a celebrare un’occasione. Una cosa piccola, ma che cattura, che fa partire per altri lidi ed altri pensieri. Il logo di Google nella sua forma “normale” è la semplice parola colorata. Nasce per la mancata conoscenza delle regole e non per trasgressione. Almeno così racconta la leggenda internettiana. Nessun creativo professionista l’avrebbe mai messo a punto così. Il primo logo del 1997 sarebbe stato disegnato proprio da Sergey Brin, uno dei padri di Google, che certo è un genio ma di mestiere non si era mai occupato di costruire un logo. E anche per questo ci sono regole ferree. Ma da una regola disattesa è nato un grande exploit. E dopo la prima regola violata, facendo metter mano a un non professionista, Google è andata avanti per la sua strada, infrangendo anche quella per cui un logo per rappresentarti deve consolidarsi e quindi deve restare se stesso, senza subire continui cambiamenti. Come ricorda anche Wikipedia, il logo attuale è stato poi rimaneggiato da un professionista, visto che l’ultimo è stato disegnato dalla designer Ruth Kedar.

Un doodle per ogni occasione

Per festeggiare i giorni speciali e quasi ogni giorno lo è se il riferimento è il mondo il logo tradizionale cede il passo a qualcosa di nuovo, diventa un doodle spesso animato. E non si può dire che passi inosservato. Mi trovo con alcuni colleghi e per fare la prova chiedo se hanno visto il doodle dedicato a Freddie Mercury . La risposta è unanime, il doodle ha colpito tutti. D’altra parte i 192 commenti postati su YouTube significheranno pure qualcosa. E lo stesso favore di pubblico è arrivato per l’immagine animata dedicata a Les Paul , a quella per Martha Graham o ancora per il doodle messo a punto per celebrare lo scorso Natale. E poi ci sono i loghi incolori per gli avvenimenti tristi e le giornate scure. Non mancano le iniziative per coinvolgere gli studenti per mettersi alla prova e creare vignette particolari, come nel caso di doodle 4 Google ‘ I love football ’ o il concorso dedicato a ‘ L’Italia tra 150 anni ’. E avrà pure il suo peso che addirittura si facciano analisi su che cosa potrebbe esserci in cantiere. Diventa notizia non solo il doodle, ma anche che ci si sarebbe aspettati che uscisse e invece così non è stato. È il caso di “niente doodle per Star Trek ”, visto che è apparsa la notizia che “Google ha ignorato il 45esimo anniversario del primo episodio. Ma c’è un motivo”. Il successo decretato è certificato dal sito ufficiale dei doodle , dove è evidenziato il calendario mondiale di questi piccoli esempi di web art. Certo per i creativi tutta questa storia deve essere abbastanza importante. Mi imbatto in articoli in cui il logo Google e il principio delle regole disattese è un punto di riferimento. È così per esempio per Aldo Cernuto in “Che bellezza quel marchio oltraggiato” uscito su Italia Oggi il 12 maggio 2011. Ma anche la stampa economica non trascura il fenomeno. Sul Sole 24 Ore Luca Tremolada ne ha parlato di recente. Insomma, un piccolo spazio di web art può aiutare. E per chi voglia mettersi alla prova come creativo, oltre a doodle 4 Google, c’è un indirizzo ad hoc proposals@google.com per inviare la propria proposta e presentare la propria idea di doodle.

Uno scarabocchio vi rivelerà

Non solo i piccoli segni di web art conquistano spazi, anche gli scarabocchi veri e propri vivono un momento di rivalsa. La rivista Science, in un’indagine pubblicata di recente, ha chiarito che servono a riordinare le idee. Ian Sample sul Guardian ha scritto che “La prossima volta che vi beccano a fare scarabocchi in una riunione, dite che state semplicemente provando a rafforzare la vostra concentrazione”. Anche da noi per i ghirigori è un momento d’oro. Il serissimo Corriere della Sera ha dedicato al fenomeno due ampi servizi a distanza ravvicinata. Prima Giuseppe Remuzzi, direttore scientifico dell’Istituto Mario Negri di Bergamo, ha fatto l’elogio degli scarabocchi, perché chi li fa impara di più. Poi Paolo Conti ha raccontato che ci svelano, nel senso che “Stelle e navi, l’ambizione e la fuga. Noia, stress, sogni, tutto finisce negli schizzi”. La certezza che servano a qualcosa o siano una buona forma di autoanalisi non si ha. Certo non fanno alcun male. E possono aiutare a rendere più lieve un momento un po’ pesante.

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’articolo è pubblicato su Bancaforte

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