Personal branding: come gestire la propria reputazione on line

Anche se parecchi non l’afferrano fare branding è vitale non solo per le aziende ma anche per nazioni, partiti, enti e persone.

Secondo Come Recommended la metà degli esperti in risorse umane, al momento di assumere, valuta anche il sito personale; ed è indispensabile monitorare e orientare la propria visibilità sul web perché 4 selezionatori su 5 si informano sui candidati tramite i motori di ricerca mentre 3 su 5 si affidano ai social media.

Così, oltre alle esperienze professionali, entra in gioco la vita privata: legami affettivi, passioni, opinioni politiche…

Non mancano episodi di dipendenti allontanati per la loro presenza on line: giorni fa un manager inglese è stato licenziato per aver scritto, su LinkedIn, di cercare un nuovo lavoro.

Come Recommended consiglia di pianificare una strategia digitale e di monitorare periodicamente Google e social network, dando un’occhiata a eventuali omonimi. Poi bisogna arricchire il web di contenuti (blog, articoli, profili e pagine personali) adoperando le tecniche SEO per assicurarne visibilità ed evitando di rilasciare informazioni come indirizzo e data di nascita.

Infine intervenire sui contenuti pubblicati da altri: immagini taggate su Facebook, commenti sgradevoli, notizie inesatte e così via.

Utile anche l’infografica dell’italiana Sestyle, che articola in nove passi il processo che porta all’affermazione del brand personale.

Il pericolo peggiore, infatti, è risultare digitally non-existent: privo di visibilità on line. Anche perché, se non parli di te, altri potrebbero farlo al posto tuo.

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  1. Il branding è morto, evviva il branding | Misurarelacomunicazione

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