L’Africa e la costruzione di nuove identità nazionali

gennaio 27, 2012 By

Pare che la tendenza stia cambiando: la voglia di occuparsi della propria identità nazionale, in modo tale da strutturare una reputazione migliore, sta diventando la base di molte manovre politiche mondiali.

Se in un primo momento è sembrato che solo i paesi occidentali, ed altamente sviluppati, potessero interessarsi alla costruzione della competitive identity, come se fosse un plus tra i progetti strategico-nazionali, ora il country branding sta raggiungendo anche l’Est asiatico e l’Africa.

Il Rwanda ha aperto la strada di ricostruzione identitaria del continente, sebbene la fotografia del paese fosse difficile da modificare, perché legata per anni nella percezione di tutti ad immagini di morte, genocidi, fame e disperazione (nonostante sia una delle nazioni africane con meno corruzione e con più nazioni amiche dal punto di vista commerciale, n.d.r.).

Lo stato dell’Africa Orientale ha così deciso di rifocalizzare i punti di forza collegati alla propria immagine, per diventare un modello di progresso e di stabilità politico-economica sia nel settore pubblico sia privato.

E’ stato seguito, praticamente alla lettera, il processo di costruzione sostanziale dell’identità all’interno del paese, in modo tale da poterlo poi comunicare al di fuori dei confini come un messaggio talmente reale e pieno da essere acquisito con maggior facilità dai media e dagli stakeholder. Non solo, in questo modo si è anche riusciti ad ottenere il famoso circolo virtuoso, di cui spesso parla Simon Anholt: il risultato è una continua evoluzione, in base alla quale la country brand strategy riesce a modificare il futuro del paese, incentivando le aziende e trasmettendo la forza di un messaggio condiviso, che coinvolge istituzioni e popolo.

Il governo, per mettere in pratica la strategia, si è affidato ad Acanchi, società esperta in country branding consulence, che già si era occupata della Repubblica Domenicana, delle Mauritius (ora tra le nazioni africane più alte nei reputation ranking) e Hong Kong.

Dopo aver compiuto un’approfondita ricerca, Acanchi ha sviluppato il marchio “Enduring Spirit”, che potremmo definire come “l’essenza ispiratrice” dello spirito del popolo, del luogo e della storia del Rwanda. Una strategia sia per l’interno del Paese sia per il resto del mondo, che rintraccia alcuni temi principali: i cittadini, la Diaspora, i rimpatriati, gli investitori, i turisti come formatori di opinione pubblica. Nel marzo 2010, le parti interessate hanno lanciato il brand Rwanda sia nel settore pubblico sia in quello privato, grazie alla presenza di Brand Ambassadors e ad un workshop a livello nazionale in cui sono stati analizzati i risultati della percezione internazionale d’acquisto e rolling-out del Ruanda. (AWARENESS TIMES Sierra Leone News & Information)

Negli ultimi mesi del 2011 Fiona Gilmore, Acanchi chairman, ha visitato Freetown per offrire alla Sierra Leone un aiuto, affinché l’immagine nazionale possa essere ristrutturata e migliorata, convinta del fatto che, nonostante gli scandali, gli episodi di violenza e la corruzione, il paese possa diventare una delle più forti e stabili aree d’investimento di tutta la fascia africana.

Rwanda, Lebanon, Sri Lanka, Cambodia & Vietnam have all successfully shaken of the ghosts of their past. What about Sierra Leone? (F.G.)

E’ ancora un po’ presto per poter parlare di grandi cambiamenti reputazionali, ma ciò che appare davvero importante è la sensibilità politica con cui il nation branding sta riuscendo a farsi strada. Ancora di più lo è il modo in cui, finalmente, sta riuscendo a distaccarsi dal semplice concetto di comunicazione e pubblicità arrivando alla base del pensiero di Simon Anholt: la costruzione dell’immagine ha bisogno di coordinazione tra enti nazionali, regionali, pubblici, privati, ufficiali e non ufficiali e di modi attraverso cui, dapprima strutturare, e poi comunicare la propria nazione.

Ricordando che la reputazione di una nazione non è costruita dalla comunicazione e non può essere cambiata attraverso la comunicazione. Costruire un’identità competitiva non è un esercizio di pubblicità, design o pubbliche relazioni, sebbene siano tecniche fondamentali ed essenziali per promuovere ciò che si produce e ciò che avviene in un 36 paese. (Anholt S., Competitive Identity, Basingstoke, 2007, Palgrave Macmillan, pag. 31)

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