Da Google ai social media, il rispetto della privacy è ancora un miraggio

MDG Advertising afferma, senza mezzi termini, che privacy sui social media è un ossimoro: secondo i dati riportati la situazione, negli anni, è addirittura peggiorata.

Due terzi degli intervistati non si fidano di società come Facebook e la metà afferma di aver patito violazioni della privacy; 7 utenti su 10 del social network di Palo Alto, malgrado i miglioramenti apportati nel tempo, non riescono a comprenderne le complesse disposizioni sul trattamento dei dati. E, nella maggior parte dei casi, non sono consapevoli dell’uso che Facebook fa delle informazioni personali e comportamentali dei profili.

Secondo una ricerca di MSNBC e del Ponemon Institute quasi il 70% degli utenti di internet ritiene di avere un minore controllo sui propri dati rispetto a cinque anni fa (anche se solo una minoranza pensa che nel frattempo la tematica sia diventata più rilevante) e una percentuale analoga non crede di poter proteggere le proprie informazioni.

Curiosità: gli assidui dei social media, rispetto agli altri intervistati, sembrano preoccupati in misura minore.

In definitiva emerge che gli utenti chiedono maggiore chiarezza e che, se i social network garantissero una gestione della privacy più facile e trasparente, aumenterebbero le interazioni e la condivisione dei contenuti.

Che questo scenario sia lontano, però, è confermato dall’introduzione delle nuove privacy matters di Google, accusate da più parti di violare le norme europee in materia.

Dal primo marzo la società di Mountain View ha aggregato le informazioni personali ottenute dai suoi numerosi servizi, circa 60, unificandoli in una sola piattaforma per garantire un’esperienza più semplice e intuitiva e personalizzare in misura ancora più precisa sia le ricerche che i messaggi pubblicitari.

Gli utenti di Google sono stati messi dinanzi a un aut aut: o accettano le nuove disposizioni o abbandonano i servizi dell’azienda. Cosa che, in mancanza di sostituti altrettanto validi, è pressoché impossibile.

A quanto pare, tuttavia, i più non percepiscono o non hanno consapevolezza del problema: in Gran Bretagna solo il 12% degli utenti ha consultato l’informativa con cui Google ha annunciato le modifiche.

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