Tv e satira: in scena la (de)costruzione dell’identità italiana

C’è chi in questi anni da questo Paese ha preso le distanze. E’ il caso di un nostro ex connazionale, che ora si trova in Svizzera in un centro di recupero per smettere di essere italiano.

E’ da un paio di settimane che su La7, dopo nove anni di assenza, è tornata in prima serata Sabina Guzzanti, con la sua schiera di personaggi e con i suoi “nuovi volti della satira”. Una trasmissione fatta di risate, ma anche di tanta – secondo alcuni troppa – politica, il cui obiettivo pare sia fotografare e capire come e perché l’Italia è arrivata a questo punto. I toni attraverso cui vengono scritti e trattati gli argomenti non vengono mai nascosti,  anche quando si arriva nel sentiero della più forte provocazione o della satira talmente vera da dare fastidio.

Nell’ultima puntata, proprio uno dei nuovi volti di Un Due Tre StellaSaverio Raimondo – ha messo in scena il monologo più efficace e allo stesso tempo stridente (dipende da quanto siete patriottici) a cui abbiamo assistito: Italiofobo.
“…la prima comunità di recupero per italiani al mondo. Qui entri italiano ed esci pulito. Spero ne aprano una anche in Italia. Siete pieni di italiani: una vera emergenza italiani”

Una (de)costruzione di identità nazionale grottesca e volutamente eccessiva quella di cui si fa portatore l’italiano (ormai) ripulito da corruzione, parassitaggio genitoriale, nullafacenza e…pizza. Fa ridere, ma piuttosto innervosisce, perché nonostante la manifesta volonta di essere fastidioso, Raimondo ci riesce in maniera anche troppo facile: un groviglio di clichés appiccicati tra loro come se Noi non fossimo altro. Un groviglio, che non ci rappresenta e in base al quale neanche gli altri ci identificano, stando ai dati. Eppure è interessante sottolineare quanto la televisione non faccia che riproporre, sebbene in forme più o meno sottili,  una certa visione dell’italianità “per gli italiani”.

Crisi, mazzette, abusi di potere, pizza e mandolino? All’estero, secondo gli studi nazionali e globali che si occupano di monitorare la reputazione di tutti i paesi al mondo, non siamo ricordati per questo; certo il nostro country brand rank in questi anni è sceso, ma continua a sopravvivere grazie ad una specialità, ad un alone di positività, che in qualche modo ci salva. Senza salvarci, però, da noi stessi.

Stando alle ultime stime del Country RepTrak (2011) del Reputation Institute, uno dei dati più particolari è proprio vedere come l’Italia – con la Grecia, la Bulgaria e il Giappone – sia uno dei paesi con la più bassa autoreputazione nazionale: le percezioni interne sono deboli e negative più di quelle esterne.

Le domande che potremmo porci sono molte: a cosa è dovuto questo gap reputazionale? Le negatività registrate dall’interno sono “più realistiche”? All’estero sono, ancora ed erroneamente, legati a positività di cui gli italiani non tengono conto perché schiacciate dalla gravità di altre circostanze? Una cosa è vivere nel Paese della corruzione e della Mafia e altra cosa è fare una vacanza nel Paese dei balocchi?

“Ma anche lei è italiano alla fine!”
“No, io ho smesso!”

Un monologo che sicuramente ha la capacità di far venire a galla dubbi su come recuperare la reputazione di noi stessi e del nostro Paese senza rassegnarsi e senza arrivare all’ironico estremismo rappresentato dalle camicie di forza per disintossicarsi dall’italianità. Anche perché, come risponde Patrizio Roversi, “sinceramente non so se siamo interessati”

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