Il branding è morto, evviva il branding

Il branding è morto?

Naturalmente la domanda è una provocazione che sottende, però, un problema concreto: secondo una recente ricerca di Linkedin una buona fetta delle piccole e medie imprese (il 37%) considera il logo la componente principale del brand e non una delle tante; mentre un’altra consistente minoranza (il 32%) ritiene il branding importante soltanto per le grosse imprese.

Nulla di più sbagliato: il branding è decisivo per tutti, dalle imprese di ogni taglia alle pubbliche amministrazioni, dal no profit alle persone fisiche.

Ed è un processo complesso, da governare in maniera consapevole e in un’ottica di lungo periodo, e che va ben al di là del semplice logo: il brand ingloba non soltanto il marchio commerciale, che pure è il principale dei segni distintivi, ma tutte le caratteristiche materiali e immateriali, tangibili e intangibili che concorrono a formare l’identità della marca, la sua personalità: nome, payoff, prodotti, servizi, risorse umane, sedi, stabilimenti, valori, reputazione, tradizione…

Non solo il design e l’identità visiva, dunque, che secondo uno studio del britannico Design Council permettono già da soli di ottenere qualcosa come 225 sterline di ricavi per ogni 100 sterline di investimento, purché non siano fini a se stessi ma coerenti con la strategia di marketing dell’azienda.

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