Burma Media Association, social networking e cittadini contro la censura

Quando si sente parlare di Birmania si è abituati ad associarvi una condizione politica fatta di mancanza di diritti e assenza totale di libertà.

Però qualcosa sta cambiando: è notizia di pochi giorni fa quella che riporta la vittoria di Aung San Suu Kyi, dopo anni di battaglia e prigionia.

E i media birmani come hanno vissuto la competizione elettorale? Il concetto stesso di libertà di parola è difficile da far emergere in un paese in cui, ogni giorno, qualsiasi notizia politica deve prima passare al vaglio della censura del PSRD, che continua a tenere le redini per un controllo a tappeto dei media: l’agenzia valuta qualsiasi canale di informazione e non nasconde l’uso di minacce ed intimidazioni verso giornalisti e professionisti del settore.

La Burma Media Association il 12 marzo titolava così Government lawsuits against media show limits of press freedom in reform-minded Myanmar. – continuando – Journalists were jailed, beaten and blacklisted while Myanmar was under decades of army rule, and the new elected but military-backed government continues to censor reporting about politics and other subjects it deems sensitive. Giornali chiusi, posti di lavoro persi e un impoverimento culturale ed identitario che non fa altro che spingere il paese asiatico sempre più giù nel ranking dell’Index of Censorship.

Eppure – nuovamente, potremmo dire – i social media diventano driver del cambiamento, inducendo ad una rivoluzione che “da dentro” riesce ad allentare questo groviglio di divieti e limitazioni. Il 7Day News, proprio durante le ultime elezioni, ha deciso di ritardare l’uscita cartacea per concentrarsi sul tweeting e sull ‘aggiornamento della pagina Facebook, in modo tale da seguire in diretta tutte le fasi delle elezioni: senza nessun filtro e senza perdere nessuna news.

Una doppia volontà all’interno dello stesso Paese: da un parte il governo, che ha conquistato il potere con la forza e che ha la coercizione come unico asso nella manica, vuole trattenere la Birmania in una condizione di soggezione popolare  per rendere impossibile qualsiasi forma di evoluzione; dall’altra i vincenti nelle ultime elezioni, il popolo e i giornali cercano di abbattere le difficoltà, attraverso la ricerca di canali di comunicazione ed informazione “nuovi” (in Birmania solo lo 0,2% della popolazione ha accesso alla rete, cioé solo 110 mila persone possiedono una connessione Internet).

Difficile abbattere un potere politico che può bloccare le reti e le connessioni internet, difficile aggirare la censura e difficile anche credere che sia possibile resistere all’infinito con i mezzi e l’educazione alla libertà – praticamente assente – con cui i birmani sono cresciuti. Però, tentando di non cadere nell’inutile utopia, potremmo trovarci di fronte ad un passo avanti importante – coadiuvato dai recenti risultati elettorali – per il processo di “cambiamento interno” auspicato dagli analisti che si occupano di identità, reputazione e del valore di ciascuna nazione.

Il moto politico che sta muovendo il popolo di Aung San Suu Kyi è ben riassunto in una frase scritta proprio dalla Burma Media Association: We have no intention to tarnish any ministry but we did it with a constructive attitude – he said – transparency is key to creating clean government and good governance as the President has declared, and our story is in support of greater transparency.

La trasparenza e la lotta alla censura sono, quindi, le uniche due armi per salvare il paese.

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.

*