Sherry Turkle:la tecnologia non insegna a stare da soli e condanna a stare soli

Cosa c’è di sbagliato in una conversazione? Che avviene  dal vivo e che non può essere controllata, modificata né cancellata.

Sherry Turkle – psicologa, sociologa e professoressa (Science, Technology and Society presso il MIT) considerata la Margaret Mead della cultura digitale – racconta in questo video come le relazioni sociali si siano impoverite dal momento in cui la paura di non essere visti ha avvicinato gli individui a macchine che offrono la sensazione di non essere soli.

Se all’inizio la studiosa considerava che l’unica cosa veramente importante fosse poter utilizzare per noi stessi e per la nostra identità ciò che abbiamo imparato grazie alla tecnologia, per poter avere una vita migliore nel mondo reale, negli anni il suo pensiero è cambiato e si è aggiunto un “contro” fondamentale: i devices di cui disponiamo non cambiano solo ciò che noi facciamo, ma anche ciò che noi siamo.

Qual’è la differenza tra conversazione e connessione e quanto incide sulle relazioni sociali? Cosa significa essere “soli insieme agli altri”? Davvero c’è bisogno di nascondersi da altri individui perché ci si fida di più dei robot e dei dispositivi elettronici?

Un giorno, un giorno, ma sicuramente non ora mi piacerebbe imparare ad avere una conversazione. E laddove parlare con gli altri dà forma alla capacità di parlare con noi di noi, l’intreccio tra tecnologia e incapacità emotiva diventa un problema che si auto-riflette sull’individuo.

Analisi provocatoria – se si pensa che è stata presentata ad una delle principali conferenze del mondo tecnologico (TED) – ma che mette in luce elementi poco analizzati dai professionisti della comunicazione e impossibili da notare per i nativi digitali.

Siamo davvero così affascinati da dispositivi che ci offrono compagnia senza volere in cambio amicizia ed intimità?

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