Di Google ci si può fidare?

Non hanno fatto in tempo a placarsi le polemiche sul nuovo trattamento dei dati personali che già qualcuno torna a chiedersi se Google sia il diavolo.

In effetti, in 14 anni scanditi da tanti successi e qualche autogol, il gigante di Mountain View ha suscitato parecchie perplessità: dalle fotografie ravvicinate e scattate senza preavviso di Google Street View al giudizio di Privacy International, che nel 2007 ha classificato l’azienda come hostile to privacy; fino alla rivoluzione di marzo, quando Big G ha aggregato i dati personali provenienti dai suoi numerosi servizi (circa 60) per personalizzare in misura più precisa ricerche e messaggi pubblicitari.

Secondo un recente sondaggio di Pew Internet, tuttavia, la maggioranza degli utenti non è interessata alla pubblicità mirata o alle ricerche personalizzate perché sa che il prezzo da pagare è il monitoraggio continuo delle proprie attività.

Ma a preoccupare non è solo la privacy: a Google è rinfacciato, tra le altre cose, di dare eccessivo rilievo alla pubblicità, di promozionare in modo scorretto i propri prodotti e di aver accettato la pubblicità illegale di case farmaceutiche canadesi.

Senza dimenticare l’ostracismo nei confronti di Twitter: i cui cinguettii, a dispetto degli annunci dell’azienda, non sono ancora indicizzati.

A ogni modo i rimedi per limitare l’invadenza di Google esistono: cancellare le cronologie o disattivare la pubblicità personalizzata, per esempio. Ma in quanti li conoscono?

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