La reputazione della reputazione – Terza Parte

(clicca qui per leggere la seconda parte)

Il web

In questo quadro va assumendo un peso sempre maggiore Internet, perché la reputazione non può prescindere da quanto gira in rete, che se c’è esiste per sempre. Twitter e i social network svolgono ormai una funzione di attivatori virali, visto che fanno da anticipatori di quanto “bolle in pentola”. I blog di peso e i siti di ambito più giornalistico cominciano ad avere un pubblico più attento e ricco dei media tradizionali. Qualunque esame sulla reputazione parte dallo scrivere il nome dell’azienda o della persona sul sito di Google.Ciò che emerge è la prima immediata fotografia dello stato delle cose. E qui si inserisce il serrato dibattito sulla libertà di espressione contrapposta alla censura sul web.È questo l’ambito delle accese discussioni sul Sopa (Stop on Line Privacy Act), la proposta di legge ampiamente discussa in Usa diretta a consentire di agire direttamente per impedire la diffusione di contenuti protetti, che è stata ritirata fino a quando non sarà messo a punto un accordo più ampio sul tema. A data da destinarsi è stato rinviato anche il Pipa (Protect Intellectual Property Act), un provvedimento di contenuti sostanzialmente analoghi.

Anche in Italia non è mancato un ricco dibattito sulla norma diretta a prevedere la facoltà per chiunque fosse interessato, non solo per l’autorità pubblica, di chiedere ad un fornitore di servizi internet la rimozione di contenuti on line ritenuti illeciti. La disposizione è stata bocciata alla Camera con voto trasversale.

Ciò che emerge nelle prime due o al massimo tre pagine di Google, come si diceva, è lo stato delle cose. Ma il quadro anche qui si va complicando. Perché se è vero che in rete si sa tutto di tutti, lo è altrettanto che cominciano a nascere e fiorire servizi che vendono la possibilità di far degradare alla pagina quattro o cinque la notizia che macchia la reputazione. E visto che l’attenzione si ferma in genere alle prime tre pagine, il passaggio rende l’informazione di molto minor impatto. Al tempo stesso nulla esclude che servizi opposti, che macchiano la reputazione, trovino un fiorente mercato. Se questo è lo stato delle cose, la reputazione è evidentemente oggetto di molti compromessi.

Teoria e tecniche per la trasformazione di una buona notizia in una notizia

Si è parlato sino ad ora di reputazione e di impatto di cattive notizie. Per chi si occupa di comunicazione e rapporti con i media per un centro di interessi, la diffusione di “buone notizie” è importante quanto la lotta alle “cattive”. È dunque determinante teorizzare la diffusione di “buone notizie” che, per trovare spazio sui media tradizionali o sul web, vanno trasformate in notizie. Non è tanto l’aspetto di “good news is no news”, che pure conta, è l’appetibilità e dunque la diffusione di un elemento che può contribuire a strutturare e consolidare un’immagine. Per quanto riguarda i media tradizionali continuano a far premio le vecchie magiche 5 W: Who («Chi»), What («Cosa»), When («Quando»), Where («Dove»), Why («Perché»). Numeri e dati asettici devono rendere una notizia buona per fatti concludenti. Poca emozione e molta azione.

Sul web vale l’opposto. È la storia che conta, il dato emozionale, il caso concreto. Numeri e dati asettici contano poco. In rete si cerca un’informazione che rispecchia i propri bisogni, le proprie aspettative e le proprie paure.

Verso altre dimensioni e verifiche

Conquistano spazi altre dimensioni. Certamente l’identità è sempre più centrale, con il suo “vissuto profondo” e le sue “rappresentazioni sociali”. Contano le radici, da sostenere o contrastare (Repubblica, 24 gennaio 2012,Contro il mito delle radici, di Maurizio Bettini). Soprattutto si va affermando un sistema più pragmatico di verifica dei comportamenti tenuti o percepiti, come l’uso di sondaggi periodici su temi ad hoc (Corriere della Sera, 4 febbraio 2012, E (anche) il premier «scoprì» i sondaggi, di Francesco Verderami) o l’analisi del substrato che gira sul web prima ancora di venir recepito dai media tradizionali.

– Fine  –

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

L’articolo è uscito su MK – La rivista ABI di marketing e comunicazione in banca n. 2 – 2012

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