Sei lezioni di social media marketing

Sam Ford, in un articolo su Fast Company, fa il punto di quanto ascoltato durante l’evento organizzato a Nashville da Social Media Explorer:

1) La teoria di Dunbar, secondo cui la mente umana non può gestire un numero di relazioni superiore a 150, è da buttare: non perché siano cambiati i nostri limiti cognitivi ma perché il concetto di relazione si è fatto meno restrittivo, inglobando le tante conoscenze che gestiamo via social network.

2) I contenuti dei social media, se azzeccati, trovano una cassa di risonanza negli altri canali: siti web, blogosfera, ma soprattutto mezzi di massa. Le intemerate di Beppe Grillo, per esempio, sono note anche a chi non legge il suo blog, almeno da quando gli altri media gli dedicano attenzioni crescenti.

3) Sentire e ascoltare non sono sinonimi: allo stesso modo raccogliere dati sul pubblico (sentirlo) non sempre significa comprenderne sul serio le esigenze (ascoltarlo). Oltre le ricerche di mercato occorre un tocco di empatia.

4) I messaggi non diventano virali per caso ma perché colgono un sentimento, uno stato d’animo, un bisogno più o meno latente del pubblico. Chi fa comunicazione deve conoscere e capire questo retroterra… o almeno provarci.

5) Il ROI non è l’unico parametro per valutare una campagna: misurare il ritorno dell’investimento è necessario quanto rafforzare identità, valori, reputazione…

6) I social media e la comunicazione digitale non servono solo a veicolare messaggi. Fanno qualcosa in più: trasmettono un nuovo modo di concepire e organizzare il lavoro, le relazioni, i consumi. Che non appartiene soltanto al marketing ma a ogni membro dell’organizzazione.

E’ per questo che, più che di social media marketing, dobbiamo parlare di social business: cioè di un’impresa interamente orientata al dialogo, al confronto, alla condivisione.

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