Prigionieri di Google

Anche se non ne siamo sempre consapevoli, Google e i social network conservano una miniera di dati sul nostro conto.

Informazioni che, presto o tardi, potrebbero crearci seri problemi: rendendo palesi le nostre passioni alle agenzie di marketing e le nostre abitudini a eventuali ladri o stalkers.

Oppure allontanando potenziali opportunità di lavoro: oramai è prassi comune cercare informazioni sui candidati prima di ogni colloquio; o recensioni e commenti su aziende e liberi professionisti prima di acquisire un prodotto o servizio.

A ricordarlo è un’infografica di Background Check: una volta che abbiamo rilasciato sul web informazioni come data di nascita, indirizzo o numero di telefono è difficile, se non impossibile, tornare indietro. E riprendere il controllo dei nostri dati.

Diversi aggregatori, per esempio, combinano in automatico le informazioni personali presenti in Rete. Senza alcun consenso preventivo, però.

Per non proiettare sul web un’immagine di noi distorta, sconveniente o in cui non ci riconosciamo il rimedio è monitorare con regolarità la propria presenza on line, scremare con attenzione il materiale da pubblicare e gestire accortamente le opzioni sulla privacy di siti come FacebookTwitterLinkedIn, divenute più chiare e trasparenti col tempo.

1 Commento su Prigionieri di Google

  1. In effetti devo ammettere che quando ci arrivano dei CV e vogliamo ricontattare un candidato, controlliamo se ha un profilo FB, e se è pubblico lo consultiamo per avere ulteriori informazioni.
    In generale chi sta sui Social non pensa a questo. Una volta ci è arrivato il Cv di un ragazzo e su Google+ aveva una foto del profilo che indicava chiaramente il suo orientamento di estrema destra. Inutile sottolineare quanto sia controproducente questa cosa.
    Io personalmente non lascio i tutti i mie dati sui social: ad esempio su FB ho tolto l’anno di nascita, non aggiorno la mia situazione sentimentale, in generale non posto foto o parlo di cose troppo personali, etc.

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