Tutti social appassionatamente – Parte Terza

di Ildegarda Ferraro

(clicca qui per leggere la seconda parte)

Si fa presto a dire social

Insomma, i rischi ci sono. Non solo quelli più evidenti e manifesti di una rissa in rete, ma anche quelli di sentirsi dire che non si usa a pieno il sistema o che si inibisce la risposta. Perché diciamocelo nel web 2.0 quello che fa la differenza è questa apertura al confronto, al discorso a più voci. Ora se si è su Twitter ma si è mandato un solo tweet, oppure se non si ammettono commenti su Facebook, una reazione si può aspettare che arrivi.

Oltre a social trend, è facile imbattersi in corsi e seminari, che chiariscono come esserci. Ed in rete è facile trovare veri e propri decaloghi e lezioni fai da te sul social media marketing.

Perché oltre ai rischi, all’essere costantemente sotto osservazione, al dover manifestare una vitalità costante, può anche accadere che i social media non funzionino per un brand. Sono almeno 7 le domande che è bene farsi prima di partire con una campagna social. Lo dice Jay Denhart, che sul web è ben presente e ripreso. Eccole di seguito.

1) Abbiamo qualcosa di interessante da dire? Do we have anything to say? Che significa aver presente che cosa interessa i propri fan, follower e acquirenti, non solo che cosa è importante dal nostro punto di vista.

2) Conosciamo che cosa colpisce l’attenzione dei nostri fan? Do we know what content turns on our fans?

3) I nostri contenuti sono davvero social? Is our content really social? Qualcosa importante solo per noi non è social, oppure se tutti i contenuti sono solo diretti a ripetere le caratteristiche positive del prodotto ben presto parleremo da soli.

4) Il nostro brand ha una personalità? Does our Brand have a personality?

5) Siamo pronti a prendere botte quando ce le meritiamo e anche quando non ce le meritiamo? Are we willing to get a few knocks on the head when we deserve them (and sometimes when we don’t)? La caratteristica del social network è quella di aprire un canale di comunicazione orizzontale, di essere quindi disposti ad ascoltare, a mettersi in gioco, che non vuol dire non poter replicare ma darsi una linea e farlo secondo modalità che riconoscano il valore dell’altro.

6) Siamo pronti a rispondere? Are we staffed and set up to respond? E questo sia in termini di persone che di organizzazione. Se ci vogliono due settimane per una risposta non si può dire di essere pronti.

7) Sappiamo riconoscere quando l’obiettivo è raggiunto? Do we know what success looks like? Se si va su di un nuovo canale senza sapere che cosa si vuol raggiungere, il progetto verrà tagliato appena i tempi si fanno difficili.

Tre cose da tener in conto

Anche senza arrivare alla accuratezza di Jay Denhart e con la flessibilità che può essere utile per essere social in via sperimentale, una rete di protezione può essere utile. L’importante è pensarci. Avere un obiettivo perseguibile è necessario anche se si concretizza solo in una prova sperimentale. Esserci senza un progetto è nulla. Limitare i rischi riduce le opportunità. Come pure ampliare le opportunità aumenta i rischi.

Partecipare conta, nel senso che prepararsi ha il suo peso e non fermarsi fa la differenza, anche appoggiandosi a chi nella rete vive e lavora. Perché siamo animali sociali, oltre che social.

– Fine –

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte

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