Italiano 2.0

Si consolida il lessico web e la tendenza ad usare la parola scritta come se fosse parlata. Tra nuove parole, sigle più o meno oscure, lettere k e x che prendono la rivincita, l’e-italiano si costruisce giorno per giorno.

“Dv 6? x fav qnd trni? ke dico a Ele?” La traduzione del messaggio è per me lampante: “Dove sei? Per favore quando torni? Che dico a Elena?”. Sembra un linguaggio per iniziati, ma non lo è poi tanto, visto che viene usato con sempre maggiore frequenza. Studi analitici si soffermano su questo nuovo italiano, che stiamo tutti costruendo. Una lingua sempre più scritta, ma con caratteristiche orali, meticcia per gli inserimenti costanti, ma soprattutto viva e in continua costruzione da parte di tutti noi.

Il lessico di internet

C’è chi parla di vernacolo del web e di creatività della società della comunicazione brevissima, contrapponendoli ad un Medioevo ortografico, citando comunque simpatici esempi gergali. E così anche il Corriere della sera riporta per dare un’idea concreta: “ieri pom sn andata dal dottore con mammy…poi mi ha chiamato vale e sn andata ai giardi”. O anche: “ke ironia qnd alla Ale kiedevo ke cs trovasse in quel bastardo di Guido xché ero certa ke lui fosse 1 bastardo”. I linguisti sembrano molto meno preoccupati dei puristi della domenica, se non addirittura entusiasti di questa strada insperata e ricca di suggestioni anche per le loro indagini.

Una lingua scritta ma orale

Certo il web ha rappresentato la riscoperta della parola scritta. Come dice Elena Pistolesi: “La scrittura, che aveva perduto la propria centralità nell’organizzazione e nella trasmissione dei saperi, ha conosciuto una rinascita con le nuove tecnologie, ma la sua funzione risulta spesso ancillare, ridotta a didascalia, a commento. I suoi confini si sono ampliati in direzione della voce, perciò svolge funzioni effimere e volatili che l’hanno avvicinata al dominio dell’oralità”. Insomma si scrive di più, ma testi sempre più brevi quando addirittura non limitati alle 140 battute di Twitter. Sempre secondo Elena Pistolesi: “La comunicazione ha assunto un carattere pervasivo. L’idea che l’altro sia sempre disponibile al contatto, co-presente ha effetti diretti sugli scopi dei messaggi e, quindi, sulla lingua. I testi contengono spesso informazioni provvisorie (mi trovo, sto andando, oggi mi sento…), legate all’esperienza immediata e intima. La coincidenza dell’essere con il comunicare, della presenza con l’esistenza, orienta la massima il medium è il messaggio verso una dimensione nella quale il messaggio è l’individuo”. Ma soprattutto la rete ha reso possibile vedere come gli italiani si esprimono, mentre prima di Internet si poteva solo contare sui testi delle scuola e su quelli delle Pubblica amministrazione. Ed è una lingua con sempre nuove parole, spesso inglesi, ma il più delle volte adattate in italiano, dove non mancano sigle, troncamenti e riappaiono i dialetti.

La prima vittima: l’inglese

Di tutto questo i linguisti mi sembrano poco preoccupati. E così secondo Elena Pistolesi: “L’allarme sullo stato della lingua italiana dovrebbe andare oltre gli stereotipi lanciati dai mass media tradizionali ed essere verificato sulla base dei dati. Se una vittima esiste, questa è in primo luogo la lingua inglese”. Per Edoardo Scarpanti: “In conclusione, Internet può fare paura, ma senz’altro rappresenta un’occasione unica per riscoprirci un poco più multiculturali, plurilingui, meticci, creoli o se vogliamo un po’ più mix”. Anche Mirko Tavonaris è propenso a considerare positivamente l’italiano del web, creativo più che indice di analfabetismo. Certo l’ideale è sapere usare più chiavi espressive. Secondo Giuseppe Antonelli: “È l’e-taliano: una varietà che per le persone colte rappresenta solo una scelta stilistica, uno dei tanti registri possibili (l’italiano dell’uso immediato). Ma per tutti quelli che scrivono soltanto in queste occasioni potrebbe diventare l’unico modo di scrivere: l’unica scelta possibile, ghettizzante e socialmente deficitaria. L’e-taliano come italiano neopopolare, mutazione tecnologica di quello usato per secoli da chi, sapendo a malapena tenere la penna in mano, doveva cimentarsi con la scrittura”.

Pensieri, parole e acronimi

Nuove parole appaiono. E così da blog, un tipo di sito che rappresenta un diario di rete, derivano blogger e bloggare. Postare e quotare, significano inviare un testo o un messaggio, e citare dall’inglese to quote, ma anche approvare. Downloadare, linkarechattare e taggare sono ormai entrati nel nostro vocabolario, nel senso di scaricare un file, inserire un collegamento, essere in contatto, mettere etichette o contrassegnare.

I social network sono un ricco campo di produzione di nuove parole: likare, nel senso di premere il pulsante di Facebook “mi piace”; befriendare e unfriendare, aggiungere o togliere degli amici. Su Twitter si usa la chiocciola @ prima del nickname dell’interlocutore, per indicare la persona a cui ci si sta rivolgendo e l’hashtag, il cancelletto #, per focalizzare l’argomento che si sta seguendo. Non mancano analisi linguistiche davvero interessanti su questi nuovi spazi della lingua, come quelle di Vera Gheno dell’Accademia della Crusca, a cui sembra che “la lingua delle comunità virtuali, ben lontana dal rappresentare semplicemente un uso poco corretto o ludico della lingua, abbia una sua coerenza interna, una vera e propria grammatica, in parte legata alle conoscenze tecniche, in parte a quelle linguistiche; sicuramente con regole differenti, se non a volte in opposizione, alla grammatica tradizionale, senza però per questo essere meno prescrittiva”.

In un linguaggio rapido vincono le sigle, in italiano o importate. E così al volo si scrive cmq per comunque, cs per cosa, grz sta per grazie, ke invece di che, nn per non, prg per prego, qnd per quando, tvukdb per ti voglio un casino di bene, xk’ invece di perché e per però. Le sigle in inglese sono sempre più frequenti. Vanno per la maggiore asap per as soon as possible, bbs per be back soon, btw per by the way, fyi per for your information, lol per laugh out loud e thx per thanks.

E poi i dialetti, dati per spacciati, ricompaiono nei nostri sms, nelle mail e nei messaggi su Facebook. D’altra parte proprio sul web la difesa dei gerghi trova ampi spazi. Insomma, c’è più di una valenza positiva in questa effervescenza linguistica.

Perché siamo quello che mangiamo, ma anche come e quello che pensiamo, come parliamo e scriviamo. Secondo Elena Pistolesi: “Chi si occupa di lingua può contribuire a superare i luoghi comuni e a riportare l’attenzione sulle forme della partecipazione e sulla formazione diffusa dell’opinione pubblica, sui modi in cui gli individui scelgono le comunità digitali per discutere e, forse, un giorno, per decidere”. Insomma, abbiamo per le mani una lingua in costante costruzione, che rappresenta la nostra identità. “Ke dire? Ke anke ttt noi stiamo sul pezzo. Xk’ prprio noi ci stiamo lavorando”.

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte

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