I media siamo noi. E anche il messaggio.

Da “a che cosa stai pensando” di Facebook, ai tweet che marcano le nostre giornate, ai blog diari di rete, siamo noi i protagonisti. E raccontiamo soprattutto noi stessi. In questo senso i media e il messaggio siamo noi. Intanto, il dibattito sulle primarie ha focalizzato l’attenzione sui mezzi, le tecniche e gli interpreti di primo piano. Mentre la tv continua ad avere un ruolo da protagonista.

Vado su Facebook e mi attende il fatidico: “a che cosa stai pensando?”, lo spazio da riempire per mettere in linea gli amici su quello che abbiamo da condividere. Scorro i messaggi e c’è di tutto: inviti ad eventi, le ultime novità degli amici che vivono lontano e che da un po’ ci tengono con il fiato sospeso, analisi politiche di tre righe, consigli per gli acquisti e racconti istantanei di che cosa si sta cucinando. Faccio un giro su Twitter per vedere che cosa si dice di un personaggio di primo piano. È come se in piazza riuscissi ad ascoltare le voci di tanti che spariscono nello spazio di un mattino. Poi vado su un paio di blog, che in questo momento catturano la mia attenzione: uno è di una fashion blogger, che mette in primo piano lo street style, la moda di strada che fa tendenza, e un altro è a metà tra un vero e proprio diario e la cronaca di questi giorni. Insomma, ognuno racconta prima di tutto se stesso.

I media siamo noi. Siamo produttori e consumatori, vittime e vedette nella prospettiva della rete. Lo ha detto tra gli altri nero su bianco l’ultimo rapporto Censis/Ucsi:”Il notevole sviluppo di Internet (sia del numero degli utenti, sia delle sue applicazioni, che ormai permeano ogni aspetto della nostra vita quotidiana), il web 2.0, i social network, la miniaturizzazione dei dispositivi hardware e la proliferazione delle connessioni mobili hanno esaltato il primato del soggetto. L’individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall’individuo stesso (che ne è anche il produttore). Siamo noi stessi a costruirci i nostri palinsesti multimediali personali, tagliati su misura in base alle nostre esigenze e preferenze. E noi stessi realizziamo di continuo contenuti digitali che, grazie a Internet, rendiamo disponibili in molti modi. L’autoproduzione di contenuti nell’ambiente web privilegia in massima parte l’esibizione del sé: l’utente è il contenuto. La diffusione delle app per smartphone e il cloud computing rafforzano la centratura sull’individuo del sistema mediatico. Le macchine diventano sempre più piccole e portatili, fino a costituire solo un’appendice della propria persona: un prolungamento che ne amplia le funzioni, ne potenzia le facoltà, ne facilita l’espressione e le relazioni, inaugurando così una fase nuova. È l’era biomediatica, in cui diventano centrali la trascrizione virtuale e la condivisione telematica delle biografie personali”.

Insomma, i media siamo noi, tra blog, messaggi su Facebook, tweet. Il Web ha comunque una forza trainante globale: 14 milioni di assunti solo nel 2011, anno in cui gli occupati sono cresciuti del 6% secondo i dati dell’Ocse (vedi l’articolo del 5 ottobre su Avvenire). E questo certamente in un periodo non roseo. Anche nel nostro Paese, dove pure siamo indietro, 6 italiani su 10 sono on line secondo il rapporto Censis/Ucsi.

Tutti gli italiani guardano la tv

I quotidiani perdono peso, come peraltro i settimanali. Ma la radio e la televisione se è possibile aumentano la loro influenza. Il 98,3% degli italiani guarda la tv, in un modo o nell’altro, con una crescita nel 2012 rispetto al 2011 dell0 0,9%. E la radio in generale ha potuto contare sull’83,9% di ascoltatori, registrando un +3,7% rispetto all’anno precedente.

Quello che cambia è il come. Secondo il Censis: “Si diversificano i modi di guardare la tv. Si consolida il successo delle tv satellitari (+1,6%), della web tv (+1,2%) e della mobile tv (+1,6%). Oggi un quarto degli italiani collegati a Internet (il 24,2%) ha l’abitudine di seguire i programmi sui siti web delle emittenti televisive e il 42,4% li cerca su YouTube per costruirsi i propri palinsesti su misura. E queste percentuali aumentano tra gli internauti di 14-29 anni, salendo rispettivamente al 35,3% e al 56,6%. La chiave del successo è l’integrazione dei vecchi media nell’ambiente di Internet”.

La sconfitta dei comunicatori nelle primarie del Pd?

In questo quadro si inserisce il dibattito sulle primarie del Pd. Forte e chiaro in prima pagina su Repubblica Curzio Maltese dice che: “Dopo un ventennio di berlusconismo il risultato delle primarie del Pd sembra dire che la telepolitica in Italia è morta e i social network non l’hanno ancora sostituita. Ha vinto il candidato che ha comunicato meno, hanno scritto gli esperti, perfino gentili. In realtà ha stravinto quello che ha comunicato peggio, con ogni strumento a disposizione, dai confronti all’americana ai talk show, da Facebook a Twitter”. E non si ferma qui. “In teoria – aggiunge Maltese – Renzi e Bersani sono due casi da antologia di come si deve e non si deve comunicare. Matteo Renzi è il candidato mediatico perfetto. Bello, giovane, seduttivo e allenato da nugoli di super esperti all’arte di modellare gesti, tempi, linguaggi e temi della campagna elettorale secondo il celebre motto di McLuhan il mezzo è il messaggio. Pierluigi Bersani è al contrario la negazione stessa del comunicatore. Quasi sempre a disagio nei dibattiti, tanto da apparire quasi arcigno, incapace di esalare un sorriso neppure il giorno della vittoria, impacciato nell’uso dei nuovi media”. Sul tema la discussione è in corso e i blog rilanciano l’articolo, allargando il dibattito.

Continuano ad uscire analisi in tema. Gianluigi Paragone su Libero scrive: “Adesso varrebbe la pena riflettere sul peso della comunicazione sul consenso elettorale. Chi scrive ha sempre sostenuto che le apparizioni in televisione non creano i leader. Possono puntellare un consenso acquisito, ma di certo non lo ingrassano”.

Il comunicatore è morto. Viva il comunicatore

Forse la risposta è nell’antica espressione Il re è morto. Viva il re, nel senso che non si può dire “Il comunicatore è morto” senza aggiungere “Viva il comunicatore”, perché può avere una diversa fisionomia ma è più vivo che mai. Solo che ormai il comunicatore è anche il protagonista, il mezzo e il messaggio. Perché se è vero che non basta più il mezzo e la tecnica per raggiungere l’obiettivo, è altrettanto vero che il risultato si raggiunge in un unico mix di soggetto singolo o collettivo, mezzo e messaggio. Il soggetto è il messaggio. E la tv è più che mai in primo piano.

Ildegarda Ferraro è Responsabile Ufficio Stampa ABI.

Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte

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