La caccia ai fake del CNR, i lettori dell’Economist e il caso del tweet pro-Monti

Schiere di finti follower infestano i profili di politici da Beppe GrilloMitt Romney e di brand in tutto il mondo e in ogni settore, dal lusso ai social media (Facebook e Twitter tra i primi). Chi li crea? Software di spam marketing realizzati da chi vende finta reputazione. Chi li compra? Questa è la domanda interessante, ma prima di accusare ricordiamo che il sistema dei fake si alimenta e si replica automaticamente aggrappandosi alle aree più partecipate dei social network.

Esistono algoritmi come StatusPeople che stanano i “figli” dei bot, i software che generano account fasulli, ma gli spammer sanno adattarsi e nascondersi meglio. Gli algoritmi vanno quindi aggiornati, e la fase più dispendiosa del processo è la verifica manuale della loro efficacia.

Per superare questo ostacolo il CNR ha lanciato @TheFakeProject, un tentativo di delegare al crowdsourcing in rete la costruzione di database di account reali e account falsi, sul quale validare poi gli algoritmi. In questa prima fase si raccolgono utenze reali: chiunque twitterà “@TheFakeProject needs real followers! #ImNotAFake http://bit.ly/XNjlFi” verrà inserito nella lista degli account “in carne e ossa”.

Il fenomeno dell’audience tarocca è esploso sui social media non perchè questi siano più esposti dei media tradizionali, ma perchè il digitale offre nuove possibilità sia per gonfiare i dati che per stanare queste pratiche. La relazione fra reach (numero di utenti raggiunti) , engagement (coinvolgimento effettivo degli utenti misurato da una loro azione ad es. like, citazioni, ecc) e ROI (ritorno degli investimenti in comunicazione) non è mai stata problematizzata quanto adesso.

Per tv e giornali era più facile: ci si limitava a offrire ai pubblicitare i dati auditel e la diffusione stampa e quanti fossero i fruitori attenti, interessati e proattivi se lo chiedevano in pochi. Col risultato che ancora oggi si fa ironia sul prestigio dei giornali che non legge nessuno: l’ultimo episodio è il coming out di Mark Leibovich, che confessa nel suo blog sul New York Times di essere, insieme a tanti suoi colleghi, un  fake reader dell’Economist, uno di quelli che portano il giornale sottobraccio solo per far sembrare al proprio capo che lo leggano. Non proprio come incartarci le uova ma quasi…

Fa piacere quindi assistere alla nascita di molti servizi, anche in Italia, che permettono di misurare l’engagement dei quotidiani online attraverso i dati della loro diffusione sui social network. Tra questi Social Trends, dello stesso Istituto di Informatica e Telematica del CNR, e Youllike.it di UAC Meter.

Anche Twitterpolitica, il progetto di Eikon SC che misura la popolarità dei principali leader politici italiani su Twitter, non si basa sui follower dei politici ma sul numero di citazioni che li riguardano e sulle parole più utilizzate nei messaggi che li citano. Ma non bisogna abbassare la guardia: i fake followers, oltre a seguire altri account, scrivono anche contenuti generati automaticamente e possono intorbidire i dati sull’engagement.

Dall’analisi quotidiana delle parole abbiamo scoperto per esempio che uno dei tweet che circolavano di più su Monti recitava: “Una cosa è certa con #Monti ci stiamo riprendendo il posto che ci spetta in Europa”. Andando a controllare i profili degli utenti che postavano ci siamo accorti che erano tutti fake. Se ne era già parlato (Francesco Costa, citato da Luca Sofri), ma senza approfondire.

Abbiamo quindi provato a risalire all’origine attraverso Topsy, il servizio che raccoglie l’archivio storico di una selezione di tweet. Il risultato più vecchio è quello di Luca Telese, che però ne capovolge ironicamente il senso, recitando: “Una cosa è certa: con #Monti, finalmente, ci stiamo riprendendo il posto che secondo i banchieri ci spetta in Europa. L’ultimo”. Tuttavia nel database di Twitterpolitica, che comincia da maggio di quest’anno, ci sono tweet antecedenti al tweet di Telese con la frase originale. Il mistero si infittisce…

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