Logiche dello storytelling

Sempre e ovunque, gli uomini raccontano storie. Cambiano i canali, cambiano le modalità, cambiano i contesti, cambiano le tecnologie, cambiano i vettori, cambiano (poco) i contenuti, ma rimane l’incoercibile bisogno di narrare, agli altri e a se stessi.

Le ragioni di questo bisogno sono molte.

Innanzitutto le storie danno senso alla realtà e mettono ordine nel mondo. Per dirla semplice, le storie servono a spiegare in qualche modo cose che altrimenti rimarrebbero inspiegabili, minacciose, inquietanti. Ci fanno conoscere. A modo loro, sono cruciali frame cognitivi di cui nessun individuo o gruppo può fare a meno.

In secondo luogo, le storie hanno una funzione catartica. Liberano dalla zavorra delle emozioni ingestibili, e per questa via restituiscono a chi narra e a chi ascolta nuove possibilità, nuovi desideri e nuove consapevolezze, magari anche il coraggio di cambiamenti e ribellioni prima impensabili. Un libro di anni fa che descriveva in parte una terapia psicoanalitica si intitolava Le parole per dirlo. Dare parole e storie a ciò che prima era muto e magari in parte inconsapevole: a questo servono le narrazioni. In terzo luogo, le storie hanno sempre un narratore, individuo o gruppo, che racconta, e in questo modo si sente esistere. Si riconosce un Io o un Noi. Le storie producono identità. Se così non fosse, perché mai i bambini dovrebbero passare ore interminabili ad immaginare e narrare storie? Stanno costruendo il loro Io.

In quarto luogo, le storie hanno sempre un pubblico, vero o immaginario. Non si racconta mai solo per se stessi, anche quando si scrive in un diario credendo di volere che rimanga segreto. Oppure quando ci si racconta storie in silenzio. Le narrazioni sono sempre sociali: anche le più ‘private’rimandano a gruppi di riferimento, raccontano vicende esemplari, si sentono tipiche. Per questo i gruppi grandi e piccoli, intorno al fuoco o in comunità social, desiderano narrazioni. Vi si rispecchiano, si riconoscono e tramite il narratore imparano a dire Noi, esistono, a volte con esiti imprevedibili.

Questo, e molto altro, sono le storie. In questo mette le mani lo storytelling, spesso senza neanche capire cosa sta facendo e con quali demoni sta giocando.

#guerrieri è uno storytelling coraggioso e insolito. Innanzitutto sceglie di stare dalla parte dell’individuo e della sua storia autentica. Chiede la più difficile delle storie possibili, la storia di se stesso e della propria esperienza, un brandello di autobiografia. È una sfida: raccontare implica una qualche distanza tra se stessi e ciò che si racconta, ma quando ciò che si racconta è appunto se stesso questa prudente distanza viene meno. Non tutti hanno voglia di questo corpo a corpo col proprio Io e con aspetti anche sofferti e difficili della propria esistenza. Parlare in terza persona è rassicurante, usare la prima persona ci rende vulnerabili, ci si può far male, altri ci possono far male. Magari ridendo della mia storia, o dicendo che non ha valore e verità.

#guerrieri è un progetto coraggioso anche per un altro motivo. Un assioma dello storytelling da marketing vuole che le storie siano sempre e solo favole. #guerrieri ha scelto di volere storie reali. Peggio: storie di vita quotidiana, quella quasi invisibile e apparentemente banale dove succedono tantissime cose che spesso non trovano “le parole per dirlo”. Mi viene da dire: storie micro-eroiche, di piccoli eroismi e piccolissime battaglie magari tanto comuni che non finiranno in nessuna grande storia, e certo non in qualche saga o narrazione epica potente e sublime.

Però questi piccoli #guerrieri antieroi raccontano. Già solo per questo hanno vinto. Dimostrano che hanno trasformato la loro vicenda personale sofferta in qualcosa che va oltre, dice se stesso ad altri, esprime la fierezza di chi, mentre continua le sue micro-battaglie, le può raccontare, e dunque sta vincendo la sfida della realtà, e cerca il contatto con altri #guerrieri del quotidiano, per sentirsi Noi. In diverse storie di #guerrieri che sto leggendo non c’è lieto fine – come potrebbe? -, ma c’è la storia. Questo è già un lieto fine, vincente.

Gli stimoli narrativi usati nella piattaforma (le carte) sono il canovaccio nel quale ognuno mette ciò che vuole. Non esistono storie senza ‘canovacci’ impliciti o espliciti, maglie larghe polimorfe che non vincolano la storia e il narratore, ma lo aiutano tramite archetipi dai significati molteplici. Le ‘carte’ nascono da Propp e dalla morfologia della fiaba, si nutrono dei “mille volti” dell’Eroe di Campbell. La loro funzione è simile ai Tarocchi nel Castello dei destini incrociati di Calvino, combinatorie al servizio della “opera aperta” del narratore #guerriero.

Quando questo gioco complesso e sfidante sarà finito, leggerò personalmente con grande curiosità e rispetto queste storie di #guerrieri che ENEL ha avuto il coraggio di andare a suscitare, ben sapendo che le storie sono sempre armi dai molti tagli. Con i colleghi antropologi e narratori che hanno contribuito a inventare tutta questa ‘fabrica’ narrativa, sarà bello analizzarle con gli strumenti della semantica narrativa e dell’analisi testuale. Sono fiducioso che emergeranno frammenti di trame profonde della vita quotidiana nostra e della nostra società in questa fase così difficile e incline all’alibi del pessimismo.

Enrico Pozzi

 

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