È solo questione di tempo

Non abbiamo tempo. E ne abbiamo troppo, visto che lo dilatiamo all’estremo. Andiamo sempre più veloci, accumuliamo esperienze che cancelliamo altrettanto velocemente. Le condizioni di vita e il web incidono pesantemente. Il tempo non è lo stesso per un evento entusiasmante o per un lungo momento di noia. Anche il genere conta. Ma il tempo è comunque nelle nostre mani…

di Ildegarda Ferraro

“No guardi la lezione di aquagym non c’è”. Sono arrivata trafelata in palestra, ma devo aver sbagliato giorno. Oppure ora. O comunque qualcosa nella corsa perenne che contraddistingue le mie giornate. Guardo avvilita la ragazza all’ingresso e lei sorridendo mi dice: “però in questi giorni stiamo sperimentando nuovi orari. Apriamo alle 6,30 la mattina. Può tranquillamente venire alle 7 e cominciare la giornata con un po’ di movimento”.
La nuova tendenza è che, visto che non abbiamo tempo, contiamo di dilatare le nostre giornate. È sempre più frequente che per ritagliarsi due ore tutte per sé ci si svegli alle 5. C’è chi lo fa per fare sport, chi per meditare, qualcuno per non avere i rumori e il traffico, qualcun altro per regalarsi un momento per leggere o anche solo per fare i conti. La giornata è ormai extralarge. Palestre, supermercati, biblioteche cominciano a sperimentare orari h 24. E se ne parla parecchio in giro.

“Sempre più in fretta da nessuna parte”

È solo una questione di tempo. Ma anche di filosofia, di fisica, di sociologia, di antropologia e chi più ne ha più ne metta. Perché l’idea del tempo ci tocca tutti da vicino. Anche i brevi cenni sul portale Treccani rendono bene la sensazione di essere in presenza di uno dei temi che ha sempre occupato ampi spazi di discorsi filosofici.
Un tempo che è sempre uguale e sempre diverso. Ora più veloce. Perché certo questa storia dell’accelerazione conta. Se ne occupano in tanti. Come Diego Fusaro con il suo libro “Essere senza tempo. Accelerazione nella storia e nella vita” (clicca qui per approfondire). La posizione è semplice, secondo Fusaro: ”viviamo nell’epoca della fretta, un ‘tempo senza tempo’ in cui tutto corre scompostamente, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Di qui il paradosso di una filosofia della fretta, nel tentativo di far convergere la ‘pazienza del concetto’ e i ritmi elettrizzanti del mondo”.

Oppure come Hartmut Rosa, il sociologo “dell’accelerazione sociale”, che ha appena pubblicato “Accelerazione e alienazione – Per una teoria critica della tarda modernità” (clicca qui), un libro di successo che ha trovato spazio anche sulla stampa non specializzata. In una lunga intervista a Claudio Gallo de La Stampa, Rosa traccia il quadro della sua teoria, che parte da considerazioni evidenti e primarie. “Quando abbiamo una giornata eccitante – dice Rosa – il tempo vola via, ma pensandoci alla sera sentiamo che è stata una giornata molto lunga e ricca. Al contrario, quando abbiamo una giornata noiosa, spesa magari in una sala di attesa, il tempo non passa mai. Tuttavia, quando andiamo a letto e ci ripensiamo sembra che la giornata sia stata corta, inconsistente. Questo si chiama il paradosso del tempo. Sentiamo che la giornata è stata lunga quando lascia molte tracce nella memoria”. “Nella vita della tarda modernità – continua Rosa – abbiamo perso la capacità di ‘appropriarci’ delle nostre esperienze, facciamo un mucchio di cose che non ci coinvolgono veramente, alla sera abbiamo dimenticato tutto. Così sentiamo che il tempo passa velocemente”.

Per Rosa la sensazione forte è che “si stia andando ‘da nessuna parte ma più in fretta’ per parafrasare il titolo di un brano rock (Nowhere Fast). A partire dal XVIII secolo fino a non molto tempo fa, l’accelerazione, la crescita e l’innovazione erano percepiti come un progresso”. La questione non è solo connessa al capitalismo. “Ci sono altri fattori – dice Rosa – come la logica delle differenze funzionali, la divisione del lavoro e l’orientamento culturale che vede nella velocità una risposta al problema della finitudine e della morte: se vivo a una velocità doppia è come se vivessi due vite e così via. Credo che alla base del problema della velocità ci sia un orientamento culturale sbagliato (o almeno molto problematico) verso la vita e il mondo”. La soluzione per Rosa è un nuovo modo di relazionarsi con il mondo che Rosa chiama “Risonanza”. “Noi non siamo alienati da un gruppo di persone (la famiglia, ad esempio) o da una situazione sociale (l’ambiente di lavoro) quando c’è una relazione risonante, attiva tra noi e loro. In quel caso ci sentiamo attivi, connessi ma anche capaci di relazionarci con gli altri. La Risonanza tuttavia non è uno stato emotivo: è una forma di rapporto e una caratteristica della società”.

Tempo liquido o puntiforme

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco, padre della “Modernità liquida”

E in questo quadro il web ha fatto il suo corso e ha contribuito a cambiare le cose. Il tempo non fluisce più ha un andamento frammentato, puntilistico. In questo Zygmunt Bauman ha lasciato il segno (clicca qui) e il tempo emerge frammentato in tanti piccoli istanti.

Certo il senso del tempo è cambiato. Ma forse ancora di più cambierà. In una ricca intervista a Denise Pardo di Repubblica, Bruno Giussani, direttore europeo di TED dice che siamo in una fase transizione che andrà dove la faremo andare. C’è anche una tendenza a rallentare la velocità e comunque contano tanto le scelte individuali e quotidiane. “Alcune aziende quotate in borsa – dice Giussani – iniziano a domandarsi quanto sia positiva la pressione dei risultati trimestrali rispetto alla necessità d’investire a lungo termine. Vuol dire essere pronti a perdere soldi in certi trimestri privilegiando un successo più tardivo e forse meno effimero. Il prezzo pagato alla brevità è altissimo perché la distorsione del lungo termine porta conseguenze antropologiche che non si possono ignorare”

La persistenza della memoria – Orologi molli di Salvador Dalì

Perché certo il web ci ha resi schiavi, ma ci ha anche liberati (leggi quest’articolo del Giornale), aprendoci ampi spazi di libera scelta. Un po’ dipende anche da noi.

Il problema del tempo reale

Il problema, che anche io ho in maniera evidente, è quello del tempo reale. È che non resisto all’input. Credo sia una reazione condizionata a catturare l’attimo e a non restare indietro. Se arriva l’input devo attivarmi.

Istruzioni per l’uso del tempo

Ma ho scoperto il replay web. Disattivo il tempo reale dove proprio non è indispensabile. Certo sono sempre on line su due mail e su un paio di telefoni, ma non lo sono mai su tutto il resto. Quello che non è questo spazio incomprimibile di attività è asincrono. E così guardo la tv in momenti diversi rispetto alla messa in onda, vado sui social network senza la connessione costante, credo nella ripetizione dell’evento in momenti diversi. Insomma, dove posso cerco di disattivare la trappola del tempo reale.

Ogni genere ha il suo tempo

Però certo sono una donna. E ho quindi meno tempo. E non dev’essere solo una sensazione visto che lo conferma anche l’Istat. Meno tempo, ma la forza del replay per leggere un libro senza l’incubo del messaggio che annuncia novità sui social di cui comunque sono parte. Perché anche lì ci sono, ma quando voglio io. Perché il tempo è sempre anche nelle nostre mani.
Ildegarda Ferraro è responsabile Ufficio Stampa ABI.
Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte.

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