Conquistati dalle faccine

Lenta, ma inesorabile procede la marcia di conquista delle emoji, le faccine da mettere nei messaggi e nei testi. La parola dell’anno 2015 per i Dizionari Oxford è stata l’emoji del ridere alle lacrime. E anche la giurisprudenza comincia a porsi il problema se possono cambiare il senso delle cose

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Articolo di Ildegarda Ferraro

 Continuano a non piacermi del tutto, ma ammetto di farne sempre più uso. Secondo un percorso ormai certificato, le emoji, le faccine da inserire nei testi, conquistano posizioni. Scrivo ancora le primitive emoticon , quelle semplici semplici usando la tastiera. In genere ;) oppure :) o anche :( , non vado molto più in là negli sms formali. Un po’ perché non fanno parte del mio dna, ma anche perché non ho mai la certezza che non diventino altro, venendo distorte in lettere incomprensibili all’arrivo. E certo l’effetto di immediatezza del messaggio diventa l’opposto. Hai mandato una faccina sorridente per ringraziare e magari arriva una J? L’effetto è sicuramente che il destinatario è disorientato. Dicevo negli sms formali, perché ormai questa linea di comunicazione funziona anche nei messaggi non proprio familiari ed è quindi chiaro che qualche passaggio confidenziale è possibile. Uso le emoji vere e proprie in famiglia e con gli amici (leggi quest’articolo di Stefano Bartezzaghi su Repubblica).

Word of the Year
Che non siano più solo una cosetta per adolescenti è certificato dagli Oxford Dictionaries. A fine novembre il sito dei Dizionari Oxford ha scelto come parola dell’anno 2015 la faccina che ride alle lacrime. Ne hanno parlato un po’ tutti perché certo la scelta non passa sotto traccia.

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Come ha scritto su Repubblica Stefano Bartezzaghi “Possono aspettare tutti: la sharing economy, i rifugiati, la Brexit (uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea), i lumbersexual (da lumber, taglialegna: uomini con barba e camicia a scacchi il cui stile vorrebbe suggerire rudi vite da boscaiolo)”, ma evidentemente non può attendere una parola che non è una parola. Bartezzaghi sottolinea che “Sta aumentando, fino al parossismo, un fenomeno che si osservava già dai primi sms e dalle prime e-mail: scrittura discorsiva, inseguimento del parlato, uso di segni convenzionali – ma via via sempre più mimetici e ‘realistici’ per segnalare il tono di un’affermazione. Dal segno della faccetta coricata che sorride, (-:, ora si è arrivati a figurine vere e proprie e c’è chi si diverte a comporre messaggi e post usando solo quelle, senza parole, in simpatiche sequenze geroglifiche. Inoltre la moda e l’andazzo corrente privilegiano sempre più la dimensione emotiva e, come si dice, ‘empatica’ della comunicazione, rispetto alla quale già le espressioni verbali più semplici appaiono mediate e freddine. Fra un ‘ti amo’ e l’iconetta del cuore rosso quest’ultima appare più sincera ed efficace“.
Ma il bello viene quando i linguisti spiegano che le emoji, che sono certamente un sistema di comunicazione, hanno tutte le proprietà del linguaggio. Per esempio Vyvyan Evans chiarisce che il linguaggio ha due funzioni, quella di far passare un’idea e quella di creare un’interazione con gli altri (http://blog.oxforddictionaries.com/2015/11/emoji-language/). Queste due funzioni sono anche delle emoji, sostanzialmente segni iconici che creano una diretta relazione tra il segno e l’idea che richiamano. Infine se il problema è che le emoji non hanno un sistema di regole grammaticali, Evans chiarisce che forse è solo questione di tempo, visto che già ci sono esempi di traduzioni dal linguaggio ad emoji, come nel caso nel caso di Alice’s Adventures in Wonderland (clicca qui). La comunicazione digitale è il segno dei nostri tempi e le emoji funzionano estremamente bene in questo mondo.
Chi le usa Paese per Paese
Noi italiani le usiamo abbastanza. Un’analisi su Istagram , la piattaforma social che punta sulle immagini, su 300 milioni di utenti ha evidenziato che le emojii sono usate soprattutto dai finlandesi (63%), seguono francesi (50%), inglesi (48%), tedeschi (47%) e italiani (45%) (approfondisci qui).

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Tra le più usate le faccine di gioia, che superano quelle tristi, i cuori sono più usati dei gesti, i francesi usano di più i cuori, gli arabi fiori e piante (leggi qui).

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Una emoji può cambiare il senso del messaggio
Postare sul proprio profilo Facebook emoij che danno l’idea di violenza contro le forze pubbliche può essere reato? Oppure al contrario inserire una faccina sorridente al termine di un messaggio minatorio può dare un senso diverso alle cose? La questione comincia ad essere ampiamente dibattuta anche tra chi si occupa di diritto (leggi qui) senza risposte definitive. È forse l’ultimo nuovo tassello di un cammino di conquista di spazi.

Ildegarda Ferraro è responsabile Ufficio Stampa ABI.
Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte.

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