Derrick de Kerckhove, La rete ci renderà stupidi?

“Google ci sta facendo diventare stupidi?” scriveva Nicholas Carr per la rivista Atlantic. Da quel pezzo nacque The shadow, un libro in cui Carr si interrogava sulle possibilità che il nostro modo di pensare venga modificato in negativo dalle nuove tecnologie, dall’ipertesto e da Internet.​​  

A distanza di anni, il mediologo Derrick de Kerckhove replica allo scrittore americano: “No, L’uomo di oggi crea più facilmente connessioni e la stessa intelligenza che cambia strategie e forme”. Lo fa nel pamphlet La rete ci renderà stupidi? (Castelvecchi Editore, 2016), in cui si inoltra nell’universo della Rete per esplorarne gli impatti sul nostro modo di pensare. Secondo de Kerckhove assistiamo oggi ad un rovesciamento epocale, paragonabile al periodo storico del Rinascimento. Il modo di conoscere è cambiato, così come i processi mentali e le modalità di comunicazione e di espressione.

​​​​Le nuove tecnologie digitali sconvolgono il quadro antropologico. Virtualità, connettività universale e libero accesso alle fonti di informazione stanno riplasmando le nostre facoltà cognitive. Così la dimensione ipertestuale del pensiero influenza anche il nostro essere, caratterizzato sempre più da una “intelligenza connettiva”, dislocata sempre più al di fuori del singolo. Parallelamente Twitter e Facebook prospettano l’esternalizzazione della memoria e dell’identità personale nell’ambito pubblico, a sfavore della dimensione strettamente privata del sé. ​​​​​​​

È inevitabile allora che le provocazioni di Derrick de Kerckhove si concludano con una riflessione sul silenzio del libro. ​​​​​​​​​I libri, nel trasformare il linguaggio in pensiero, rappresentano l’unico modo per tutelare l’identità privata. ​​​​​​​​​​​Non è un caso se il saggio dello studioso termina con una domanda aperta: “Quale prezzo si è disposti a pagare per la perdita di silenzio?”

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