Se il prodotto siamo noi e i nostri dati

Si chiama Data Economy, è l’economia dei dati. Mentre Infonomics è la metodologia che si occupa del valore e del significato di queste informazioni. Il bello è che alla fine di questa industria, basti pensare ai social network, il carburante siamo noi con tutto quello che ci riguarda, dai nostri amici ai nostri testi, fino alle nostre foto. Le questioni sono di notevole spessore. Certo le posizioni vanno tutelate, senza però perdere la spinta vitale che può venire dall’uso di flussi nuovi di informazioni

 

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Articolo di Ildegarda Ferraro

In un modo o nell’altro, alla fine il petrolio della nuova fiorente industria dei dati siamo noi stessi. La tesi abbastanza accreditata secondo cui “se non paghi, il prodotto sei tu” è stata superata dalla realtà dei fatti. Ormai anche se il prodotto lo paghi contribuisci comunque alla crescita della Data Economy, l’economia dei dati, con dei pezzi di te. E anche in questo caso “il prodotto sei tu”, perché lasci una traccia di informazioni che altri si occuperanno di estrarre, elaborare, vendere e trasferire.
In questa mia nuova posizione di petrolio mi guardo intorno per capire di chi sto facendo la fortuna. Probabilmente di tutti quelli che possono usare i miei dati. Perché qualcuno proprio in questo momento sta lavorando dei pezzi di me, dei contenuti o anche delle immagini, sta decidendo che fare dei miei amici o anche solo di un testo o di una battuta.

Data Economy

L’economia dei dati va per la maggiore a livello globale. D’altra parte Bruxelles dice che “Nell’ipotesi che venga attuato in tempo l’adeguato quadro di riferimento politico e normativo, il valore dell’economia dei dati aumenterebbe fino a raggiungere i 739 miliardi di euro entro il 2020, un livello corrispondente al 4% del Pil complessivo dell’Ue (e a un valore doppio rispetto a quello attuale), mentre il numero dei professionisti dei dati passerebbe dal livello superiore ai sei milioni del 2016 a più di 10 milioni entro il 2020, in base alle stime calcolate per uno scenario a crescita elevata” (leggi qui). Insomma, non è poca cosa.
I grandi player del web vivono di questi dati. Dei nostri come persone, ma anche di quelli delle aziende.
Ovviamente c’è un profondo divario tra dati identificativi di una persona o di una impresa e informazioni depurate degli elementi che possono individuare qualcuno. È la grande differenza tra i dati personali e quelli non personali. Chi segue questi temi sa quanto ci si impegni per proteggere la privacy nel primo caso e nella seconda ipotesi quanto ci si impegni per non mettere ostacoli al flusso di informazioni che è la base di un mercato digitale.

Siamo ormai alla sindrome di dati …

Dai big data alla estrazione dei più elementari riferimenti sembra quasi che i dati vivano una vita in sé e per sé. In realtà dei dati bisogna sapere che fare. E chi li lavora lo sa. Non voglio dire che non possano emergere evidenze nuove da masse mai lavorate di informazioni, ma certo che cosa farne e come conta. Come anche almeno provare a tutelare chi in quei dati è rappresentato. Ma anche evitare possibili demonizzazioni dell’uso delle informazioni, vista la spinta positiva che dall’uso dei dati può venire per tutti.

La risorsa più preziosa del mondo

La sintesi dell’Economist, che ha dedicato al tema una storia di copertina, è che le informazioni stanno dando origine ad una nuova economia e che i dati sono il petrolio del futuro. Anche se può sembrare il contrario, tra le vecchie raffinerie, cattedrali industriali, e i moderni data center in realtà ci sono molte assonanze. Tanto per cominciare in tutti e due casi c’è una selva di tubi. Nei data center trasportano aria per raffreddare decine di migliaia di computer che estraggono modelli, previsioni, approfondimenti dalle informazioni grezze. In entrambi i casi poi c’è un ruolo simile, produrre materie prime per l’economia mondiale. I dati sono in questo secolo quello che era il petrolio cent’anni fa. I flussi di dati hanno creato nuove infrastrutture, nuovi business, nuovi monopoli, nuove politiche. D’altra parte le informazioni digitali sono come le risorse precedenti: vengono estratte, raffinate, valutate, comprate e vendute. E ciò implica nuove regole per i mercati e nuovi approcci da parte dei regolatori.
Cambiano e cambieranno le dimensioni. L’Economist, citando IDC, una società di ricerche, evidenzia che l’universo digitale arriverà a 180 zetabyte nel 2015, 180 seguito da 21 zeri. La circolazione di tutto questo con una connessione a banda larga richiederebbe 450 milioni di anni. E si modifica la qualità dei dati. Il focus è più su analisi rapide di flussi di informazioni poco strutturate, per esempio le foto e i video generate sui social, oppure le notizie che possono provenire da centinaia di sensori di motori.
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Tutto è e sarà in grado di generare dati, i treni della metropolitana, le turbine eoliche, le foto postate su Facebook. E ovviamente la differenza sarà il collegamento all’intelligenza artificiale e la possibilità di generare nuove fonti di reddito. Il problema è il valore dei dati. Al contrario del petrolio le informazioni non sempre vengono scambiate facilmente e spesso non per denaro.
Per le informazioni personali le questioni poi si moltiplicano. Ormai da alcuni anni ferve il dibattito sul pagamento dei dati personali che girano sui social network. Proprio portando a conseguenza queste aspirazioni alcune imprese ne hanno fatto un business, puntando proprio a riconoscere un compenso all’uso dei dati personali. Citizenme, per esempio, consente di avere sotto controllo quanto si riferisce a se stessi e riconosce a chi mette a disposizione i propri dati un compenso. Datacoup è un mercato dei informazioni personali che riconosce un prezzo agli utenti. Ogni elemento ha un valore determinato dalla domanda e Datacoup si occupa di mettere insieme gli strumenti per facilitare l’accordo.
Lo scenario è ricco di molti elementi. In primo piano certamente questioni di privacy, di antitrust, ma anche di sviluppo e di nuove potenzialità da non perdere.

Le Autorità non stanno a guardare

Grande attenzione ha suscitato la decisione dell’Antitrust europeo di sanzionare per 110 milioni di euro Facebook, la grande rete per connettersi ad amici e parenti, per le decisioni assunte su WhatsApp, l’applicazione diretta a scambiarsi rapidi messaggi che connette più di un miliardo di persone in 180 paesi. Al momento dell’acquisto nel 2014 Facebook aveva assicurato alla Commissione europea che i dati del servizio WhatsApp non sarebbero stati combinati con quelli di Facebook. Due anni dopo la combinazione c’è invece stata (leggi l’articolo di Repubblica e anche del Sole 24Ore). Di qui la sanzione europea. Anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato in Italia ha sanzionato WhatsApp per le modalità aggressive con cui “ha ottenuto il consenso dei propri clienti al trasferimento dei loro dati a Facebook” (vedi qui). E in Francia c’è stata una sanzione per aver tracciato gli utenti anche quando usciti dal social.
Molti i commenti ovviamente. David Kirkpatrick, autore del libro The Facebook effect. The Inside Story of the Company That Is Connecting the World dice che “Il conflitto con le autorità è la minaccia più seria per il futuro di Facebook” (leggi qui). Luca De Biase parla di tempi diversi di regole e tecnologia. Secondo De Biase “La sensazione che le normative siano sempre indietro rispetto alla tecnologia ha un fondamento”. “L’Europa – aggiunge – è avanti sui principi e la ricerca: ma si è dimostrata arretrata come ecosistema dell’innovazione digitale. In futuro i rapporti di forza potrebbero cambiare: l’innovazione digitale oggi si sposta nella manifattura, una dimensione nella quale gli europei hanno molto più da dire che nel software. Le politiche europee si trovano dunque di fronte a un nuovo test: quello di far convivere l’affermazione dei diritti umani con la predisposizione di condizioni abilitanti per l’innovazione. È un test decisivo. Ma solo gli europei possono riuscire” (leggi qui).

E anche noi non siamo indifferenti

Se il prodotto siamo noi e i nostri dati è chiaro che non possiamo essere indifferenti. E questo sia come persone che come imprese le cui informazioni vengono utilizzate dai grandi player del web. Nello stesso momento non possiamo non avere presenti gli effetti positivi delle nuove vie aperte dalla Data Economy: prodotti più efficaci a prezzi minori o gratuiti, nuovi lavori e opportunità, informazioni immediate e possibili effetti espansivi in termini di ricerca e di scienza. Tra i due estremi del nessun limite e dell’opposto blocco totale la via è quella della mediazione. Come sempre in medio stat virtus.

 

Ildegarda Ferraro è responsabile Ufficio Stampa ABI.
Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte.

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