Facebook non è roba per ragazzini

Nel bene e nel male i social network più conosciuti sono ormai per un pubblico adulto. I più giovani trovano altre strade e piattaforme diverse. Anche le polemiche di questo periodo legate all’uso improprio di dati personali raccolti su Facebook rende evidente che il pubblico è quello che esprime le scelte politiche. E questo pubblico ormai maturo influisce sulle scelte delle aziende che decidono di essere presenti sui social

 

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Articolo di Ildegarda Ferraro

Esserci o non esserci, è questo il dilemma. Per le persone ma anche per le aziende rispetto ai social network. Facebook, Twitter, YouTube, Instagram, Linkedin, Google Plus e compagnia sono la piazza. E nella scelta se esserci e dove conta ovviamente chi già c’è. Perché una cosa è sapere di dover avere a che fare con ragazzini, un’altra con una platea di adulti. E sempre di più si va verso il secondo scenario. Una piazza così, d’altra parte, spinge i più giovani ad andare altrove, a scegliere altri spazi, se non altro per non essere sotto gli occhi di genitori e nonni.

Chi c’è

Su Facebook ci sono più persone tra i 45 e i 54 anni che ragazzi tra i 18 e i 24. Lo dice l’ultima ricerca Digital in Italia 2018 di We are social e Hootsuite. Le classi tra 25 e 34 anni e tra 35 e 44 anni sono quelle del maggior numero di utenti. E anche lo spaccato di chi ha tra 55 e 64 anni con 3 milioni e 700 mila persone non manca di essere ben rappresentato su Facebook.
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Insomma, Facebook è una roba per adulti. Sino ad ora in Italia in un quadro complessivo di costante crescita di utilizzo di questo social. Secondo la ricerca sono 34 milioni gli utenti attivi mensilmente, con una crescita del 10% sull’anno precedente. L’accesso è soprattutto da mobile, 88%, con una lieve maggioranza di uomini, 52%, rispetto alle donne, 48%. Però tra le persone dai 45 ai 54 anni uomini e donne sono pari.
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Le polemiche sui dati

Tutto quanto emerge dal datagate che ha colpito Facebook rende evidente che sul social è presente un pubblico di adulti. La questione di fondo è stata l’uso improprio di informazioni personali di 50 milioni di americani, in qualche modo emerse da Facebook, da parte della Cambridge Analytica nella campagna elettorale del 2016. Che senso avrebbe usare informazioni di chi non può decidere, influenzare e creare il consenso? Problemi analoghi sull’uso di dati si porrebbero anche per il referendum sulla Brexit.
Come ha chiarito anche l’Economist il business di Facebook è legato a tre elementi: tenere gli utenti incollati allo schermo, mettere insieme i dati connessi alle loro abitudini, convincere gli inserzionisti a pagare miliardi di dollari per raggiungerli con annunci mirati (leggi qui). Il dibattito sull’uso dei dati fa crescere l’ipotesi di interventi regolatori, ma anche di un profondo esame interno. L’Economist suggerisce anche la creazione di un ombudsman ad hoc, un Data Rights Board. Va da sé che tutto questo non significa che Facebook stia per essere bannato o messo fuori mercato.

Dove vanno i ragazzini

Gli adulti insomma stanno colonizzando i social. E questo è vero per Facebook, ma anche per Twitter, YouTube. Google Plus, Linkedin, Instagram. E i più giovani vanno su altri spazi. Perché non è divertente stare in una piazza sotto gli occhi dei genitori, degli insegnanti o addirittura dei nonni.
Tra i giovanissimi pare vada molto Musical.ly, ma anche Snow e ThisCrush, Sahara e GroupMe (leggi quianche qui). Cose che se avete superato i venticinque anni come me non possono conquistarvi.

E dove le banche

E le banche non stanno a guardare. Visto che i social sono tanto seguiti le banche sono molto presenti. L’ultima indagine ABI Lab, Osservatorio sui contact center bancari, evidenzia che su 18 rispondenti il 94% ha un profilo Facebook, l’82% è su Linkedin, il 76% su Twitter, il 47% è attivo su Instagram, Google Plus, YouTube e Pinterest. L’obiettivo è soprattutto customer care e commerciale, ma anche educazione finanziaria, approfondimenti, comunicazione. La presenza sui social ha attivato delle vere e proprie politiche di formazione del personale. D’altra parte, cresce il volume delle interazioni. Da mille commenti nel giugno 2015 a oltre novemila nel dicembre 2016.
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Ildegarda Ferraro è responsabile Ufficio Stampa ABI.
Quest’articolo è stato pubblicato su Bancaforte.

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