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D. “Cervelli” in fuga dall’Italia che provano a tornare. Qual è la sua valutazione sul tema? E, soprattutto, lei si è mai sentito un “cervello” in fuga?
R. Mi sono sentito un cervello che ha avuto la possibilità di fare il più bel lavoro del mondo. In campo statistico credo che la posizione di Chief Statistician dell’OCSE sia il più bel lavoro possibile. Ho partecipato ad un concorso internazionale per quella posizione e l’ho lasciata di mia volontà. L’ho deciso perché mi interessava di poter mettere in pratica, qui in ISTAT, una serie di idee e di innovazioni di cui avevo parlato per tanti anni. Il problema non è andar via, è riuscire a tornare per mettere in pratica ciò che si vorrebbe. Da questo punto di vista mi ritengo fortunato anche perché questo Paese mi ha chiesto di tornare.
D. Lavorare. C’è chi è nel circuito e occupa la propria vita lavorando e chi ne è escluso e non riesce a poter contare che su saltuari momenti di inclusione.
R. Siamo usciti di recente con dati abbastanza positivi: il tasso di disoccupazione a maggio per il terzo mese consecutivo non è cresciuto, l’occupazione non è diminuita. Abbiamo un tasso di disoccupazione inferiore a quello medio europeo. Le manovre messe in campo dal Governo hanno minimizzato l’effetto della perdita occupazionale sui “genitori”, ma questo ha scaricato l’onere dell’aggiustamento sui “figli”. Il tasso di disoccupazione giovanile è di circa il 30%, un livello molto alto, molto più alto che in altri paesi. L’Italia ha anche la quota più alta di giovani che non sono ne’ sul mercato del lavoro, ne’ a scuola, i famosi NEET.







