di Enrico Pozzi
Chi passa le giornate a “staggarsi” da foto impietose, ad impostare la visibilità sugli instant messenger, a cercare o smentire voci infamanti su di sè, la propria azienda o il proprio capo, probabilmente apprezzerà l’ironia con cui Daniel J. Solove ripercorre la rotta di collisione tra libertà di parola, amplificata all’esasperazione dalle tecnologie 2.0, e diritto alla privacy.
Un cruciale processo aveva portato l’Occidente a depotenziare la comunità a favore della società, secondo la vecchia ma ancora essenziale dicotomia di Tönnies. La comunità era il regno dei rapporti faccia a faccia, delle interazioni emotive e della socialità ‘calda’, ma anche il luogo del massimo controllo sociale di tutti su tutti. Il suo modello era il ‘villaggio’, dove tutti si conoscono, non c’è la presunta freddezza dell’anonimato, ma non c’è neanche lo spazio del privato, cioè dell’individuo non assorbito nel gruppo. Al contrario la ‘società’ è contrattuale, ‘fredda’ e razionale, ma produce dimensioni private, e dunque il diritto dell’individuo ad esistere nella protezione dell’anonimato. Il suo modello è la città, dove il controllo sociale è molto più fragile, e la solitudine della folla anonima è peso e libertà insieme.
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