
Il web è morto, prepariamo il funerale. Ma non bisogna essere tristi: Internet avrà ancora vita lunga. Questo è quello che sostiene Chris Anderson, direttore editoriale di Wired (conosciuto anche per aver coniato il concetto di long tail).
Secondo Anderson quello che sta avvenendo nel mondo digitale è il passaggio da un Web aperto a una serie di piattaforme semichiuse che utilizzano il protocollo Internet per trasportare l’informazione, ma che non si servono dei browser per la visualizzazione.
Questa rivoluzione è guidata in primo luogo dal mobile computing (iPhone) e dai social media (Facebook), dove il potere di Google non è così pervasivo e dove l’HTML non la fa da padrone.
Prima di seppellire l’ennesimo media – c’è questa sorta di sadico piacere ad annunciare la morte dei diversi mezzi di comunicazione: sono già deceduti in ordine i giornali, la radio, la tv, le email, ecc… – è più interessante analizzare il postulato proposto da Katie Delahaye Paine, la “Queen Of Measurement” americana.


Il social networking pervade le nostre vite. Ormai è chiaro e palese agli occhi di tutti. Una vita di relazione ristrutturata, rapporti sociali mediati, amicizie virtuali. Ci siamo abituati alla nuova vita privata che ci costruiamo in equilibrio tra mondo reale e mondo digitale. Ma quanto può essere influenzata la nostra vita lavorativa?
Misurare le misurazioni? Piuttosto valutare l’efficacia dell’introduzione dei social media nel mondo della comunicazione aziendale e della pubblicità. Social media metrics di Jim Sterne è un libro che si basa sul concetto fondamentale del marketing moderno: il buzz è più efficace della pubblicità tradizionale. Ciò che i clienti dicono sul tuo prodotto o sulla tua azienda nel mondo del web 2.0 è più influente di una campagna pubblicitaria! Incredibile? Assolutamente no.





