Come misurare i social media?

Misurare i social media è il trend del momento nel campo della comunicazione, ma sembra che se ne parli tanto e si agisca poco. L’idea che utilizzando software di misurazione automatica si possa ridurre il lavoro delle persone, che non devono più leggere e schedare blog, tweet e commenti è fuorviante. Anche nei tool automatici è richiesta l’intelligenza umana, per impostare i parametri generali delle analisi e per controllare che i software stiano operando correttamente.

Quali sono le operazioni che si possono fare con i dati raccolti sui social media? In primo luogo l’analisi del mood, per sapere se in Rete si parla in maniera positiva, neutra o negativa di una determinata azienda. Più semplice a dirsi che a farsi. La difficoltà maggiore è classificare le parole ambigue e il sarcasmo. Se si vuole proseguire con l’analisi automatica, ad ogni brand deve essere associata una lista di termini che vengono utilizzati spesso nel suo settore industriale, per cercare di evitare le ambiguità. Tuttavia meglio l’intervento umano per l’analisi testuale.

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Misurare la “propria” reputazione online? Gli americani lo fanno così

flowtown

Più del 57% degli americani che naviga sul Web cerca il proprio nome sui motori di ricerca per misurare la propria reputazione online. Dato che nel 2006 si attestava intorno al 46%. Questo è il punto centrale dello studio condotto dal Pew Internet & American Life Project per misurare le abitudini degli utenti in Rete.

I risultati del rapporto si basano su dati raccolti tramite interviste telefoniche condotte dalla Princeton Survey Research Associates International tra il 18 agosto 18 e il 14 settembre 2009, su un campione di 2.253 intervistati di età superiore ai 18 anni.

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Web 2.0 suicide machine: cancellare l’identità virtuale con un click

di Marta Isoni

Una vita sempre più connessa, relazioni sociali caratterizzate da messaggi in bacheca,  post, link che speri si riferiscano a te,  l’ansia da attesa che ti spinge a cliccare refresh ogni 15 secondi, assuefazione da social networking dilagante… e se qualcuno volesse tornare alla vita di un tempo? Se qualcuno volesse decidere di abbandonare il web 2.0 e cancellare la propria identità virtuale

Alla fine del 2009 è arrivata la web suicide machine: permette di mettere fine alla propria vita 2.0. Cancellazione dei propri amici. Uno ad uno. Un’operazione che generalmente richiedeva ore ed ore diventava così fattibile in meno di un’ora. Facebook, Myspace, Twitter, LinkedIn. Nessuno escluso.

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Gays and Lesbians Love Social Networks

di Marta Isoni

Il titolo apre degnamente le porte ad uno “studio” effettuato nel maggio 2009 dalla Harris Interactive. L’obiettivo è misurare le percentuali dei frequentatori dei social network classificandoli in base agli atteggiamenti sessuali. Lunga serie di tabelle e grafici grazie ai quali veniamo a conoscenza del fatto che gli omosessuali sono poco interessati alle pubblicità presenti sui siti che visitano (solo il 6%), che il 55% degli omosessuali frequenta abitualmente blog (contro un misero 38% del mondo etero) e che uno su cinque utilizza Twitter.

Banale, no?, e pure inutile.

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The future of reputation

futurereputationdi Enrico Pozzi

Chi passa le giornate a “staggarsi” da foto impietose, ad impostare la visibilità sugli instant messenger, a cercare o smentire voci infamanti su di sè, la propria azienda o il proprio capo, probabilmente apprezzerà l’ironia con cui Daniel J. Solove ripercorre la rotta di collisione tra libertà di parola, amplificata all’esasperazione dalle tecnologie 2.0, e diritto alla privacy.

Un cruciale processo aveva portato l’Occidente a depotenziare la comunità a favore della società, secondo la vecchia ma ancora essenziale dicotomia di Tönnies. La comunità era il regno dei rapporti faccia a faccia, delle interazioni emotive e della socialità ‘calda’, ma anche il luogo del massimo controllo sociale di tutti su tutti. Il suo modello era il ‘villaggio’, dove tutti si conoscono, non c’è la presunta freddezza dell’anonimato, ma non c’è neanche lo spazio del privato, cioè dell’individuo non assorbito nel gruppo. Al contrario la ‘società’ è contrattuale, ‘fredda’ e razionale, ma produce dimensioni private, e dunque il diritto dell’individuo ad esistere nella protezione dell’anonimato. Il suo modello è la città, dove il controllo sociale è molto più fragile, e la solitudine della folla anonima è peso e libertà insieme.

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Una volta si chiamavano trust media

di Stefano Vitta

La struttura orizzontale P2P dei social media si basa, almeno nella prima e decisiva cerchia di contatti, sul legame di fiducia che esiste tra un utente e l’altro. Oggi il termine trust media si usa meno in quanto è più semplice contare il numero degli utenti piuttosto che analizzare e spiegare il loro coefficiente di fiducia reciproco. Finché sono i media a fare questa semplificazione, la si può anche tollerare, ma quando si parla di misurazioni nel buzz marketing questa variabile deve essere presa in considerazione.

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